Ermal Meta, quarantaquattro anni, è nato a Fier, in Albania, ma è cresciuto a Bari, dove si è trasferito con la sua famiglia a soli tredici anni. In Italia ha frequentato le scuole, ha mosso i primi passi nel mondo della musica e ha ottenuto la cittadinanza italiana. Vive nel nostro Paese da oltre trent’anni. Non è, in nessun senso pratico, uno “straniero” appena arrivato. Parlando della sua canzone, Stella stellina, una ballata dedicata a una bambina palestinese uccisa a Gaza ha detto:
“Se l’Accademia della Crusca elegge tra i migliori un testo scritto da un immigrato, fatevi due domande. Sono straniero, non fatelo sapere a Salvini, sennò si sente male“.

La provocazione era ironica. Meta stava commentando il degrado del linguaggio nelle canzoni pop e sottolineava, con autoironia, che l’Accademia della Crusca aveva segnalato il suo testo come uno dei migliori di questa edizione del festival. La replica di Salvini è arrivata puntuale sui social:
“Faccio i miei complimenti a Ermal Meta ed al suo perfetto utilizzo della lingua italiana. In Italia vivono e lavorano milioni di donne e uomini nati in un Paese straniero e perfettamente integrati nella nostra società, per me sono preziosi e benvenuti. Io contrasto da sempre clandestini e delinquenti, e sono sicuro che anche Ermal Meta condivide questo mio pensiero. Un abbraccio al fiero popolo albanese, viva Sanremo, la lingua e la musica italiana”.
Non è la prima volta che Meta si trova al centro di discussioni che vanno oltre la musica. In passato ha raccontato più volte la sua esperienza di immigrato in Italia, difendendo pubblicamente anche altri artisti con storie simili, come Ghali, bersaglio di attacchi xenofobi. Meta ha sempre risposto con ironia e lucidità, senza mai perdere la calma — qualità che, evidentemente, ha affinato anche grazie alla lingua italiana che conosce fin troppo bene.



