Oggi il Giappone ha scritto una pagina storica: per la prima volta in 70 anni di dominio quasi ininterrotto del Partito liberal-democratico, una donna ha conquistato la carica di primo ministro. Sanae Takaichi, 64 anni, nata a Nara, è diventata la leader di un paese che occupa il 118° posto su 148 nella classifica del divario di genere del World Economic Forum.
La nomina di Takaichi era apparsa scontata dopo la conquista, lo scorso 4 ottobre, della presidenza del Partito liberal-democratico. Tuttavia, il percorso verso Palazzo Chiyoda si è rivelato più accidentato del previsto. Il Komeito, partito centrista e pacifista di ispirazione buddhista, ha rotto l’alleanza che durava dal 1999, preoccupato dalle visioni ultraconservatrici e revisioniste della nuova leader sul passato imperialista del Giappone, dalla sua posizione contro l’immigrazione e dal suo desiderio di aumentare esponenzialmente le spese militari. Takaichi ha dovuto cercare nuovi alleati, trovandoli nel Nippon Ishin no Kai, il Partito dell’innovazione giapponese, spostando ulteriormente a destra l’asse politico del paese.
Ma è nella composizione del governo che emerge il primo paradosso della sua leadership. Poche ore dopo l’elezione, Takaichi ha annunciato il suo gabinetto di 19 membri, includendo solo due donne: Satsuki Katayama, prima donna a ricoprire il ruolo di ministro delle finanze, e Kimi Onoda come ministro della sicurezza economica. Un numero che stride con le promesse elettorali di raggiungere livelli di rappresentanza femminile comparabili a quelli di Islanda, Finlandia e Norvegia, dove le donne occupano rispettivamente sei su 11, 11 su 19 e una parte significativa dei posti di governo.

La storia personale di Sanae Takaichi è quella di una costruzione metodica del potere in un sistema dominato da dinastie politiche e patronati maschili. Nata nel 1961, in un Giappone ancora rigidamente gerarchico, è cresciuta senza l’aura ereditaria dei grandi clan che tradizionalmente hanno governato il paese. Da giovane coltivava passioni che la collocavano fuori dagli stereotipi: suonava la batteria in una band heavy metal, andava in moto per le strade di Nara, praticava immersioni subacquee. Dopo aver studiato scienze politiche all’Università di Kobe, ha ottenuto una borsa di studio per gli Stati Uniti, frequentando l’Università della California a Los Angeles e lavorando come stagista negli uffici di deputati del Congresso americano.
Tornata in Giappone, ha iniziato la carriera come giornalista televisiva, ma la cronaca osservata dietro lo schermo non le bastava. Nel 1993 viene eletta per la prima volta alla camera bassa, nell’anno storico in cui il Partito liberal-democratico perde per la prima volta il potere dopo decenni di dominio incontrastato. Senza sponsor dinastici né patroni feudali, ha costruito il proprio peso politico con un metodo glaciale di specializzazione nei dossier più complessi, conquistando nel tempo dicasteri sensibili come affari interni, regolazione dei media e sicurezza economica.
La vicinanza politica a Shinzo Abe, maturata negli anni Duemila, l’ha trasformata da deputata di retrovia in figura di prima fascia del conservatorismo nazionalista giapponese. La sua agenda politica è profondamente conservatrice sui temi sociali e identitari. Si oppone alla revisione della legge ottocentesca che obbliga le coppie sposate a usare lo stesso cognome, sostenendo che permettere alle donne di mantenere il proprio cognome da nubili minerebbe i valori familiari tradizionali. È contraria a modifiche nelle leggi di successione che permetterebbero ai membri femminili della famiglia imperiale di diventare imperatrici regnanti, nonostante la scarsità di eredi maschi. Ha parlato contro la discriminazione verso la comunità LGBTQIA+, ma si oppone fermamente al matrimonio egualitario.
In politica estera, Takaichi rivendica un approccio Japan first (sì, ricorda lo slogan di Trump): le alleanze, a cominciare da quella con Washington, sono strumento e non cornice. Ha reso più volte omaggio al santuario Yasukuni, simbolo di una memoria bellica che irrita profondamente Cina e Corea del Sud, e non ha mai nascosto una lettura non penitente della storia imperiale, inclusa la questione delle comfort women. La sua agenda internazionale si salda però con la strategia statunitense di contenimento della Cina: sotto la sua guida, il Giappone punta a superare il 2% del PIL in spesa militare, accelerando la dimensione deterrente in uno scenario che guarda a Taiwan come possibile detonatore di crisi.
Takaichi ha citato Margaret Thatcher come sua ispirazione politica, e i parallelismi sono evidenti. Come la lady di ferro britannica, combina rigore ideologico sui temi identitari con approccio tecnocratico alla gestione dello stato. Ha diretto dicasteri delicati mantenendo una postura da manager di stato piuttosto che da tribuna ideologica. Anche nel momento della vittoria ha scelto la strada della cooptazione, includendo nel gabinetto i rivali interni per assicurarsi stabilità parlamentare.
Takaichi ha parlato pubblicamente della propria esperienza con la menopausa e ha dichiarato di voler aumentare la consapevolezza sulla salute femminile, un tema raramente discusso nella politica giapponese. Questi segnali suggeriscono che, pur all’interno di un quadro conservatore, la sua presenza potrebbe aprire spazi di discussione precedentemente invisibili nel dibattito pubblico nipponico.



