La morte simultanea di Alice ed Ellen Kessler ha riportato l’attenzione su una pratica legale in Germania ma ancora al centro di dibattiti in Italia: il suicidio assistito. La portavoce dell’associazione Deutsche Gesellschaft ha confermato che le due artiste avevano effettivamente optato per questa scelta, possibile grazie a una sentenza storica della Corte Costituzionale tedesca.
La sentenza in questione è del 26 febbraio 2020 e stabilisce alcuni criteri generali che hanno ampliato significativamente le possibilità rispetto ad altri Paesi europei. Secondo la sentenza, ogni individuo ha il diritto di autodeterminarsi nella scelta di porre fine alla propria vita e di richiedere aiuto per farlo, a patto che la decisione sia autonoma e responsabile.
La libertà di togliersi la vita, secondo i giudici tedeschi, comprende anche la possibilità di cercare assistenza da terzi. Ma ciò che distingue davvero la Germania da altre nazioni è un aspetto particolare. C’è un elemento in più, però. La possibilità di togliersi la vita non è ristretta esclusivamente a malati terminali o a persone afflitte da dolori insopportabili, ma si estende anche a chi soffre di malattie psichiatriche.

Tutto questo ha scatenato un profondo dibattito anche legato all’etica che, tuttavia, la Corte ha provato a stemperare ribadendo che il suicidio assistito debba essere frutto di un percorso ponderato. Al momento ci sono due disegni di legge approdati al Bundestag, il parlamento tedesco, nel 2023 non si sono ancora tramutati in normative definitive.
Cosa è vietato, allora, in Germania? La risposta è l’eutanasia attiva, cioè la morte su richiesta. Nessuno può somministrare a una persona gravemente malata un farmaco letale, pena fino a cinque anni di carcere. Nel caso del suicidio assistito, invece, una persona che desidera morire può chiedere aiuto, ma deve essere in grado di assumere da sola il farmaco letale. Per quanto riguarda l’eutanasia passiva, il malato può chiedere ai medici, per iscritto o davanti a testimoni, di interrompere la somministrazione di misure che lo mantengono in vita.
In Italia la situazione è diversa. Da anni si discute della regolamentazione per legge del suicidio assistito, e dopo anni di vuoti normativi la Corte Costituzionale ha depenalizzato il reato di induzione al suicidio solo nel caso in cui ricorrano precise condizioni, stabilite con la sentenza sul caso Dj Fabo.
In particolare, il malato deve soffrire di una malattia senza possibilità di guarigione che infligge sofferenze fisiche e psichiche insopportabili, deve indicare espressamente la volontà di morire e deve essere in grado di somministrarsi autonomamente il farmaco letale. La Toscana è stata la prima regione italiana a legiferare in tal senso, seguita dalla Sardegna. Tra le persone che hanno fatto ricorso al suicidio assistito in Italia ci sono state Daniele Pieroni e Laura Santi, che hanno contribuito a catalizzare l’attenzione su un tema delicato.



