La Casa Bianca ha deciso di ritirare da Minneapolis il comandante della polizia di frontiera Gregory Bovino, figura chiave delle operazioni anti-immigrazione volute dall’amministrazione Trump. Al suo posto arriverà Tom Homan, definito dallo stesso presidente come il suo “zar delle frontiere”. Una mossa che segna un netto cambio di strategia dopo giorni di tensioni e polemiche.
La decisione arriva sulla scia della morte di Alex Pretti, un infermiere di 33 anni ucciso sabato scorso da un agente federale durante una manifestazione. L’episodio ha scatenato proteste di massa e critiche bipartisan, costringendo Trump a rivedere l’approccio delle forze federali nella città.

Bovino tornerà al suo precedente ruolo di capo del settore di El Centro, in California. Gli è stato anche tolto l’accesso ai social media, dove pubblicava regolarmente video delle operazioni di controllo dell’immigrazione. Nonostante il portavoce del Dipartimento per la Sicurezza Interna abbia negato formalmente il suo licenziamento, definendolo “una parte fondamentale del team”, il ritiro da Minneapolis rappresenta una chiara battuta d’arresto.
Tom Homan risponderà direttamente al presidente, bypassando i normali canali gerarchici. Trump lo ha descritto come “duro ma giusto” e gli ha affidato la gestione delle operazioni dell’agenzia ICE (Immigration and Customs Enforcement) in Minnesota.
Il caso che ha innescato questa crisi risale a sabato scorso. Alex Pretti, infermiere veterano con regolare porto d’armi, stava filmando con il cellulare un intervento della polizia di frontiera quando è stato fermato dagli agenti. Secondo la versione ufficiale del Dipartimento per la Sicurezza Interna, l’uomo aveva una pistola semiautomatica da 9mm e avrebbe opposto “violenta resistenza” al tentativo di disarmarlo.
Tuttavia, numerosi video verificati dai media raccontano una storia diversa: mostrano Pretti con il telefono in mano, non con l’arma estratta. Gli agenti lo hanno immobilizzato a terra dopo averlo colpito con spray al peperoncino, prima di sparargli. Le autorità locali hanno contestato duramente la ricostruzione federale, sottolineando che Pretti aveva il diritto di portare quell’arma.
Nei giorni successivi alla sparatoria, sia Bovino che la ministra per la Sicurezza Interna Kristi Noem hanno difeso l’operato degli agenti con toni molto duri. Bovino ha parlato di un possibile “massacro” evitato, mentre Noem ha accusato Pretti di “brandire” l’arma con l’intenzione di ferire gli agenti, arrivando persino a definirlo “terrorista domestico”.
Anche il direttore dell’FBI Kash Patel è intervenuto, sostenendo che portare un’arma a una protesta sia illegale. Un’affermazione che ha suscitato le critiche di esponenti repubblicani preoccupati per le implicazioni sul Secondo Emendamento, il diritto costituzionale americano di portare armi.
La Casa Bianca ha cercato di prendere le distanze da queste dichiarazioni. La portavoce Karoline Leavitt ha precisato che Trump non ha mai definito Pretti un terrorista e che l’indagine deve fare il suo corso.
Il presidente avrebbe ricevuto domenica diverse telefonate da esponenti repubblicani allarmati. Molti hanno chiesto un’indagine indipendente, lamentando che i video contraddicono le versioni ufficiali e che le tattiche usate contro i manifestanti sono state eccessive.
Un caso emblematico è quello di Chris Madel, avvocato dell’agente coinvolto in un’altra sparatoria mortale avvenuta all’inizio di gennaio a Minneapolis (quella di Renee Nicole Good). Madel, candidato repubblicano a governatore, si è ritirato dalla corsa denunciando le tattiche federali: “Non posso guardare negli occhi le mie figlie se dico loro di correre come repubblicano quando stanno prendendo di mira ispanici e asiatici per il colore della loro pelle”.
Il presidente ha annunciato che il crimine in Minnesota si è “già ridotto” e che gli agenti hanno fatto “un lavoro fenomenale”, pur ammettendo che l’indagine sulla morte di Pretti è ancora aperta. La portavoce ha aggiunto che “nessuno, incluso il presidente Trump, vuole che si spari alle persone”.
L’amministrazione ha anche promesso di ridurre il numero di agenti federali anti-immigrazione nello stato se le autorità locali aumenteranno la cooperazione. Trump ha chiesto a Homan di contattare il governatore Tim Walz per coordinarsi sui “criminali” già arrestati dalle forze statali.
La situazione rimane complessa. Minneapolis è una cosiddetta “città santuario”, che offre protezione ai migranti. Walz ha dichiarato di essere disponibile a collaborare solo sui criminali violenti già arrestati, ma la cooperazione con l’ICE resta problematica: sia il governatore che il sindaco hanno chiesto il ritiro dei 3.000 agenti federali dispiegati in città.
Gli avvocati della città hanno chiesto a una giudice federale di porre fine all’operazione, ma non c’è ancora un verdetto.
Homan e Noem sono noti per avere visioni contrastanti su come gestire le espulsioni di immigrati irregolari. Homan preferisce retate più mirate, mentre l’approccio di Noem a Minneapolis è stato massiccio e teatrale. Secondo fonti della stampa americana, la ministra e il suo stretto consigliere Corey Lewandowski rischiano di perdere i loro incarichi, anche se la Casa Bianca ha smentito un licenziamento imminente.
Lunedì Noem e Lewandowski hanno incontrato Trump per quasi due ore su richiesta del presidente, un segnale che la situazione è tesa ai massimi livelli.
L’inchiesta è affidata al Dipartimento per la Sicurezza Interna e all’FBI, con un’indagine interna della Border Patrol. Tuttavia, molti in Minnesota non si fidano di queste verifiche governative e chiedono un’indagine indipendente. Il governatore Walz ha sollecitato Trump a coinvolgere le autorità statali, ma il presidente non ha ancora deciso.
La morte di Alex Pretti è il secondo incidente fatale che coinvolge agenti federali a Minneapolis in meno di un mese, dopo l’uccisione di Renee Nicole Good il 7 gennaio durante un raid dell’immigrazione.



