James Talarico, trentatresei anni, seminarista presbiteriano, ha conquistato le primarie democratiche per il Senato degli Stati Uniti, sconfiggendo la congressista Jasmine Crockett, avversaria ben più nota a livello nazionale. Con circa l’87% delle schede scrutinate, Talarico si è fermato al 53% contro il 45,6% della rivale: un margine netto, in una gara che molti davano aperta fino all’ultimo. Una vittoria che ha commentato così:
“Stasera la gente di questo Stato ha dato al nostro Paese un pochino di speranza. Un pochino di speranza è una cosa pericolosa“.
Nato da una madre, Tamara, che lasciò il padre biologico, alcolizzato e violento, sette settimane dopo il parto, James crebbe in una stanza d’albergo dove la donna lavorava come addetta alle vendite. Fu poi adottato da Mark Talarico, manager di origini italiane, che la sposò e diventò per James un punto di riferimento solido.
In campagna elettorale, Talarico ha girato il Texas in lungo e in largo citando tanto la Bibbia quanto il rapper Bad Bunny. Ha sostenuto che nel nazionalismo cristiano non c’è nulla di cristiano e ha evocato l’immagine di Gesù che rovescia i tavoli dei cambiavalute nel Tempio: un modo per dire che è tempo di mettere in discussione chi detiene il potere economico. La sua tesi centrale è che la vera frattura della vita pubblica americana non passi tra destra e sinistra, ma tra chi sta in cima alla piramide sociale e chi ne occupa la base.
Rispetto alla sua avversaria, sostenuta da Kamala Harris, Talarico ha scelto un registro differente: meno combattività, più apertura verso l’elettorato moderato e persino verso una fetta di repubblicani stufi del trumpismo più aggressivo.
La strada verso il Senato resta però in salita. L’ultima volta che un democratico ha vinto in Texas risale al 1988, e lo stato ha consegnato a Trump un vantaggio di 14 punti percentuali nelle elezioni del 2024. Il senatore uscente repubblicano John Cornyn è stato spinto al ballottaggio da Paxton, e i democratici a Washington guardano con attenzione: se il controverso procuratore generale dovesse diventare il candidato ufficiale del partito, le sue difficoltà legali potrebbero rendere la sfida più competitiva. Nel frattempo, il tasso di approvazione di Trump in Texas si attesta intorno al 35%, secondo il Texas Politics Project: un segnale che il vento, forse, sta girando.
Difficile dire se sia sufficiente per ribaltare tre decenni di dominio repubblicano. Ma il Texas, almeno per una notte, ha ascoltato il sermone di un seminarista con ambizioni da senatore.



