La vicenda di Usāma al-Maṣrī Nağīm, italianizzato in Osama Njeem Almasri, ex capo della polizia giudiziaria libica e comandante della milizia Rada, rappresenta uno dei casi giudiziari più controversi degli ultimi mesi in Italia. Nato a Tripoli il 16 luglio 1979, durante il regime di Muʿammar Gheddafi, questo militare libico ha vissuto una trasformazione radicale: da commerciante di polli e volatili al mercato della capitale libica a figura di spicco nelle operazioni militari della seconda guerra civile del suo paese.
Prima della caduta del regime di Gheddafi nel 2011, Almasri conduceva una vita ordinaria come venditore ambulante. Con lo scoppio della guerra civile libica, nel 2014 si unì alle Forze speciali di deterrenza, una milizia affiliata al fronte islamico. All’interno di questa organizzazione assunse rapidamente un ruolo di rilievo, occupandosi della repressione degli oppositori e della gestione delle carceri sotto il controllo della milizia.
Le sue attività lo portarono a partecipare ad azioni militari contro le forze del generale Khalifa Haftar e a operare come esecutore di eliminazioni mirate per conto della fazione per cui lavorava. Dal 2015 avrebbe assunto la direzione delle operazioni presso la prigione allestita nell’aeroporto militare di Mitiga, considerato il principale centro di detenzione dell’area di Tripoli.

Il 2 ottobre 2024, l’ufficio della procura presso la Corte penale internazionale ha richiesto un mandato d’arresto nei suoi confronti con accuse gravissime. Il mandato, emesso il 18 gennaio 2025, comprende crimini di guerra e crimini contro l’umanità che sarebbero stati commessi a partire dal 15 febbraio 2015 nella prigione di Mitiga, durante la seconda guerra civile in Libia.
Tra le accuse figurano oltraggio alla dignità personale, trattamento crudele, tortura, stupro e violenza sessuale, omicidio secondo vari articoli dello Statuto della Corte penale internazionale. Il mandato include anche crimini contro l’umanità come reclusione illegale, persecuzione e altri atti inumani perpetrati nello stesso periodo e luogo.
La cronologia dei suoi spostamenti prima dell’arresto è singolare. Il 6 gennaio 2025 vola da Tripoli a Londra, facendo scalo a Fiumicino. Nella capitale britannica rimane fino al 13 gennaio, quando si trasferisce in treno a Bruxelles. Il 16 gennaio parte in automobile con un amico per recarsi a Monaco di Baviera, ma durante il tragitto viene fermato dalla polizia tedesca per un controllo di routine e lasciato proseguire. Il 18 gennaio arriva in Italia.
Proprio quel giorno viene emesso un avviso rosso dell’Interpol su mandato della corte dell’Aia. Il 19 gennaio, dopo la fine della partita Juventus-Milan, viene arrestato dalla DIGOS nei pressi dello Juventus Stadium di Torino. A far scattare l’allarme nei sistemi informatici di riconoscimento delle forze dell’ordine italiane era stata l’identificazione effettuata per accedere agli ingressi della struttura sportiva. Viene quindi trasportato presso il carcere delle Vallette.
Il caso prende una piega inaspettata il 21 gennaio, quando la Corte d’appello di Roma dispone la scarcerazione per irritualità dell’arresto. L’irregolarità è dovuta alla mancata approvazione preventiva del Ministero della giustizia, requisito necessario per eseguire un arresto su mandato della Corte penale internazionale.
Dopo la scarcerazione, il militare libico viene espulso e rimpatriato in Libia a bordo di un aereo di Stato, un Falcon 900 nella disponibilità dei servizi segreti italiani. La vicenda ha suscitato polemiche e porterà successivamente a indagini sulla gestione del caso da parte delle autorità italiane. Qualche giorno fa, il tribunale dei ministri ha archiviato procedimento a carico del ministro della Giustizia Carlo Nordio, del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e del sottosegretario Alfredo Mantovano. Oggi, Almasri è stato arrestato su ordine della Procura generale di Tripoli con l’accusa di aver commesso torture e violenze ai danni dei detenuti nel carcere di Mitiga, nella capitale libica.



