Un video in cui Alessandro Barbero esprimeva il suo endorsement per il No alla riforma costituzionale voluta dal ministro Nordio è stato oscurato da Meta su alcune pagine Facebook che lo avevano rilanciato. La censura è arrivata dopo che Open, quotidiano online partner di Meta nel progetto contro le fake news, ha bollato l’intervento dello storico come contenente “informazioni fuorvianti e non supportate dai fatti”. Il video, che finora aveva raccolto almeno un milione e mezzo di visualizzazioni e oltre ventimila condivisioni, è stato quindi etichettato come contenuto “falso”.
La vicenda solleva interrogativi non solo sulla libertà di espressione, ma soprattutto sulla qualità del fact-checking che determina cosa può circolare o meno sui social network. Analizzando nel dettaglio le contestazioni mosse al professore, emerge infatti che le critiche dei verificatori appaiono più fragili delle affermazioni di Barbero, che aveva evidentemente studiato la riforma in profondità prima di esprimersi.
Il cuore della riforma Nordio riguarda lo spacchettamento del Consiglio superiore della magistratura, l’organo che garantisce l’indipendenza della magistratura occupandosi di nomine, carriere, trasferimenti e sanzioni disciplinari. Con la legge approvata dalle Camere, i Csm diventerebbero due: uno per i giudici e uno per i pm. In entrambi, i membri togati (ossia i magistrati) verrebbero selezionati tramite sorteggio tra magistrati in servizio, mentre i membri laici (ossia professori e avvocati) continuerebbero a essere scelti dal Parlamento mediante un meccanismo particolare: sorteggio da un elenco compilato dalle Camere tramite elezione.
Nel suo intervento, Barbero aveva affermato che questi organismi, dove i membri magistrati sono estratti a sorte mentre il governo continua a scegliere quelli che nomina, finiranno per dare alla componente politica un peso superiore, permettendo di fatto all’esecutivo di “dare ordini ai magistrati e minacciarli di sanzioni”.
Il fact-checking di Open, firmato dal vicedirettore David Puente, ha contestato tre aspetti principali di questa ricostruzione. Prima critica: Barbero parlerebbe di una “presunta scelta del governo“, mentre questo “non interviene in alcun modo” perché i laici sono nominati dal Parlamento. Il giornalista accusa addirittura lo storico di non distinguere il potere esecutivo da quello legislativo.
Questa obiezione, però, appare piuttosto formalistica. Da anni il Parlamento italiano non esercita più di fatto una funzione legislativa autonoma: nella maggior parte dei casi si limita a ratificare decreti legge già adottati dal governo o ad approvare disegni di legge di iniziativa dell’esecutivo. La stessa riforma Nordio è stata approvata nell’identico testo in cui era uscita dal Consiglio dei ministri, caso unico nella storia delle leggi costituzionali.
Lo stesso meccanismo vale per le nomine parlamentari: i nomi dei laici del Csm vengono decisi nei caminetti dei leader di partito, che per la maggioranza corrispondono ai vertici del governo. Mentre oggi il quorum dei tre quinti del Parlamento garantisce una rappresentanza anche alle opposizioni, la riforma non prevede alcun quorum per la compilazione dell’elenco da cui sorteggiare i nomi. In teoria, quindi, la maggioranza potrebbe accaparrarsi tutti i membri del Csm scelti dalle Camere.
La seconda contestazione riguarda il “rischio autoritario” evocato da Barbero, definito “infondato” perché nella Costituzione rimarrà scritto che “la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere” e i membri togati continueranno a essere maggioranza nei Consigli. Anche in questo caso, l’argomentazione appare debole: il principio di indipendenza dei giudici è presente anche nelle Costituzioni di regimi autoritari come Cina, Iran, Russia e Corea del Nord. A fare la differenza sono le norme che garantiscono quel principio nel concreto.
Come sottolinea il costituzionalista Enrico Grosso, presidente onorario del comitato per il No dell’Anm, con la riforma l’indipendenza della magistratura si riduce a un “vuoto simulacro”. Eccezion fatta per il primo comma dell’articolo 104, infatti, tutto il resto viene riscritto, stravolgendo la struttura del Csm. La creazione di un organo separato per i pm apre la strada all’introduzione di ulteriori forme di controllo sui magistrati inquirenti, diverse e più stringenti rispetto a quelle previste per i giudici.
I togati sorteggiati, inoltre, saranno per natura più deboli rispetto agli attuali membri eletti, ritrovandosi per caso a ricoprire un ruolo di enorme responsabilità senza aver acquisito credibilità attraverso l’elezione dei colleghi. Saranno probabilmente meno attrezzati a confrontarsi con i membri laici, spesso politici di lungo corso con grande esperienza parlamentare.
La terza critica di Open riguarda la descrizione dell’Alta Corte disciplinare, il nuovo organo che sostituirà il Csm nelle funzioni disciplinari. Barbero la descrive come “al di sopra del Csm”, mentre secondo Puente “si colloca su un piano distinto” senza rapporto di subordinazione. La riforma, però, toglie ai due futuri Csm il potere di punire i magistrati per comportamenti scorretti, affidandolo a questa nuova struttura composta da 15 membri: nove magistrati sorteggiati tra quelli della Cassazione e sei laici, di cui tre scelti dal Parlamento e tre nominati dal Presidente della Repubblica.
L’analisi delle contestazioni mosse a Barbero rivela quindi che le presunte “informazioni fuorvianti” sono in realtà interpretazioni legittime e argomentate degli effetti concreti della riforma. La differenza tra la lettura dello storico e quella dei fact-checker sta nell’approccio: Barbero guarda alla sostanza politica e agli effetti pratici delle norme, mentre i suoi critici si limitano a una lettura formalistica del testo costituzionale.
La vicenda solleva interrogativi preoccupanti sul ruolo dei partner di Meta nel determinare quali contenuti possano circolare sui social network. Quando il fact-checking viene applicato non a notizie palesemente false ma a legittime interpretazioni di riforme complesse, il rischio è quello di trasformare uno strumento contro la disinformazione in un meccanismo di censura del dibattito pubblico.



