Nella giornata della canonizzazione di Piergiorgio Frassati e Carlo Acutis proviamo a capire questo processo così particolare.
La canonizzazione è l’atto con cui una Chiesa cattolica o ortodossa riconosce ufficialmente la santità di un defunto. Con tale dichiarazione si afferma che la persona è in Paradiso e, a differenza della semplice beatificazione, le si concede il culto come santo nell’intera Chiesa universale, mentre con la beatificazione la venerazione è limitata a comunità o Chiese locali.
Si tratta di una pratica propria della Chiesa cattolica, comprese le Chiese di rito orientale, e della Chiesa ortodossa. La Chiesa anglicana non adotta la canonizzazione (eccezion fatta, nella sua storia, per Carlo I d’Inghilterra). Le altre confessioni protestanti, invece, respingono l’idea stessa di una canonizzazione proclamata da un’autorità ecclesiastica: per queste comunità, infatti, il destino delle anime è noto solo a Dio, e il termine santo viene riferito al credente che, unicamente per grazia, ha ricevuto il dono della fede e della salvezza, non a una persona già collocata in Paradiso.
Nella Chiesa cattolica la canonizzazione avviene al termine di una specifica procedura, generalmente lunga diversi anni, nota come processo di canonizzazione (o processo canonico). Negli ultimi decenni, tra i requisiti figura il riconoscimento di miracoli attribuiti all’intercessione del candidato. La decisione definitiva spetta comunque al papa, che conclude ufficialmente il processo con un atto pontificio. Né il pontefice né la procedura stessa rendono una persona santa: essi attestano piuttosto che tale individuo è morto in santità e appartiene quindi alla Comunione dei santi.

La durata dei processi di canonizzazione può variare notevolmente. Pier Damiani, ad esempio, venne proclamato santo 756 anni dopo la morte, mentre Antonio di Padova fu canonizzato soltanto 352 giorni dopo il decesso; il procedimento per Pietro da Verona, invece, si concluse in appena 337 giorni.
Per la Chiesa cattolica, il riconoscimento di un nuovo santo rappresenta una grande gioia, poiché viene visto come un segno particolare dell’azione di Dio: ogni santo è considerato un dono che il Signore concede alla comunità dei credenti. Il percorso che conduce alla proclamazione di santità richiede cura e responsabilità, poiché la decisione ha un forte impatto sui fedeli: la persona canonizzata sarà infatti proposta alla venerazione dei cristiani di tutto il mondo e indicata come modello di vita.
Il processo di canonizzazione può durare molti anni, talvolta persino secoli. Esistono due percorsi distinti, che variano a seconda che il candidato sia morto di morte naturale oppure come martire. Nel caso del martirio, la procedura risulta in parte più semplice, poiché si concentra soprattutto sul verificare che la morte sia avvenuta a causa di un esplicito odio verso la Fede e la Chiesa, e che sia stata accettata dal martire con libertà e serenità come segno di amore e fedeltà alla fede e alla comunità cristiana.

Se invece la persona per cui si avvia il processo di canonizzazione è morta di morte naturale, l’iniziativa parte da coloro che hanno condiviso la vita con il candidato alla santità e ne conoscono opere e comportamento: la comunità parrocchiale, l’ordine religioso, i padri spirituali, o la comunità in cui ha operato. Queste persone, chiamate Attori, incaricano una persona ritenuta idonea a presentare richiesta al vescovo competente affinché apra l’Inchiesta Diocesana per una possibile beatificazione. Tuttavia, il vescovo può avviare il procedimento anche di propria iniziativa, basandosi su libri, testimonianze scritte o documenti audiovisivi che offrano prove sufficienti di almeno uno dei criteri richiesti per la canonizzazione, come la presenza di un miracolo o l’esercizio eroico delle virtù.
Colui che presenta la richiesta è chiamato Postulatore della Causa e svolge un ruolo simile a quello di un avvocato difensore: il suo compito è raccogliere prove concrete e dimostrare la santità del candidato (il termine postulare significa infatti “chiedere con insistenza”). Se la Santa Sede lo considera idoneo, diventa l’interlocutore ufficiale del Dicastero delle Cause dei Santi, l’organismo vaticano che si occupa delle beatificazioni e canonizzazioni. L’inchiesta può essere avviata solo dopo almeno cinque anni dalla morte dell’interessato, salvo che il papa non conceda una dispensa speciale, come avvenne per Giovanni Paolo II su decisione di Benedetto XVI.
Questo criterio di prudenza serve a evitare entusiasmi momentanei e a garantire un esame accurato dei fatti. In primo luogo, il Dicastero delle Cause dei Santi valuta la richiesta del vescovo e, se la ritiene valida, rilascia il Nulla Osta (ossia “nulla osta a procedere”). Da quel momento il candidato alla santità viene chiamato “Servo o Serva di Dio”. Si avviano quindi indagini approfondite: si raccolgono testimonianze, si consultano documenti e si ascoltano le persone che lo hanno conosciuto, per verificare se esista la cosiddetta fama di santità. Se durante la sua vita si sono verificati eventi inspiegabili considerabili come miracoli, questi vengono analizzati e segnalati. Tutto il materiale raccolto viene infine inviato a Roma.

Il Dicastero delle Cause dei Santi verifica che la raccolta dei materiali sia stata svolta correttamente e successivamente nomina un Relatore della Causa, incaricato di organizzare tali elementi nella Positio super virtutibus del Servo di Dio. La Positio è un dossier che contiene l’Informatio, ossia l’argomentazione ragionata sulle presunte virtù eroiche, basata sulle testimonianze e sui documenti raccolti durante l’Inchiesta Diocesana (Summarium). Nel 1587 fu introdotta anche la figura del Promotore della Fede, noto come “Avvocato del Diavolo”, con il compito di individuare eventuali prove contrarie alla santità del candidato, come errori dottrinali, atti di disobbedienza alla Chiesa o condotte peccaminose e viziose, manifeste o nascoste. Questa figura è stata abolita nel 1983 da papa Giovanni Paolo II per rendere più snello il processo di canonizzazione.
Viene istituita una commissione composta da nove teologi, chiamata Congresso dei Teologi, incaricata di esaminare la Positio presentata dal postulatore e le Animadversiones dell’Avvocato del Diavolo. Se il giudizio è positivo, la pratica passa a una riunione di cardinali e vescovi del Dicastero delle Cause dei Santi. Concluso questo passaggio, il papa autorizza la promulgazione del decreto ufficiale che riconosce l’eroicità delle virtù del Servo di Dio. Da quel momento egli viene chiamato “Venerabile”. Con ciò si conclude la prima fase del processo di canonizzazione.
La fase successiva è la proclamazione della beatificazione, alla quale si giunge solo dopo il riconoscimento di un miracolo attribuito all’intercessione del venerabile. Deve cioè risultare che qualcuno abbia invocato la sua preghiera e che, grazie a ciò, si sia verificato un evento straordinario e inspiegabile: per la Chiesa questo rappresenta la prova certa che la persona si trova in Paradiso e da lì desidera aiutare i fedeli. In questa fase la prudenza è ancora più rigorosa. Perché un miracolo venga accolto dal Dicastero delle Cause dei Santi, è necessaria un’inchiesta diocesana condotta con lo stesso metodo già descritto, i cui risultati vengono poi trasmessi al Dicastero stesso.

Tra i fenomeni che la Chiesa cattolica riconosce più di frequente come miracolosi vi sono: l’incorruttibilità del corpo dopo la morte, come accadde a santa Caterina da Bologna, il cui corpo è rimasto intatto per quasi 550 anni; la liquefazione del sangue in particolari circostanze, come avviene per san Gennaro; oppure il cosiddetto “odore di santità”, ossia il diffondersi di un profumo di fiori dal corpo invece del consueto odore di decomposizione, come nel caso di santa Teresa d’Avila. Tuttavia, il miracolo più comune resta quasi sempre la guarigione da una malattia grave, che deve essere immediata, completa, duratura e priva di spiegazioni mediche (come nel caso di Carlo Acutis).
La Positio riguardante il presunto miracolo viene sottoposta al giudizio di cinque medici: se questi non riescono a fornire una spiegazione razionale o scientifica dell’evento, esso può essere considerato miracoloso. Successivamente, il caso passa all’esame di sette teologi e infine al vaglio di vescovi e cardinali.
Concluse queste fasi, il papa (o un suo delegato, solitamente un cardinale) proclama il venerabile come beato o beata durante una Messa solenne, fissando anche una data di memoria nel calendario liturgico della Chiesa locale o della famiglia religiosa a cui apparteneva. Se in seguito viene riconosciuto un secondo miracolo, sottoposto allo stesso rigoroso procedimento del primo, il beato viene canonizzato e dichiarato santo, autorizzandone il culto in tutte le comunità cristiane del mondo.

I santi si distinguono in martiri, che hanno offerto la vita per la fede, e confessori, ai quali non è stato richiesto tale sacrificio. Entrambi hanno praticato le sette virtù: le tre teologali (fede, speranza e carità) e le quattro cardinali (prudenza, giustizia, fortezza e temperanza). L’avvio del processo di beatificazione è autorizzato dal vescovo della diocesi in cui il candidato alla santità è morto. Da quel momento egli viene chiamato “Servo di Dio”, titolo che conserva fino al riconoscimento di un miracolo attribuito a lui: un prodigio compiuto durante la vita attraverso la sua preghiera, oppure avvenuto dopo la morte grazie all’intercessione invocata dai fedeli, sia prima sia dopo l’inizio del processo canonico.
Oltre alla necessità di almeno un miracolo attribuito alla loro azione diretta o alla loro intercessione, è richiesto che i santi non solo abbiano vissuto praticando le sette virtù, ma che lo abbiano fatto in maniera eroica, manifestando cioè l’eroicità delle virtù. La chiamata universale alla santità si riflette nell’insegnamento di Gesù, che invita a seguire e imitare il suo esempio, in particolare nel perdono verso il prossimo, come via per ottenere la salvezza eterna (Matteo 5,43-48). In senso pieno, sono santi tutte le anime e gli angeli che abitano il Paradiso, perché vivono alla presenza di Dio (comunione dei santi), e vengono onorati insieme nella solennità di Ognissanti.
Nelle Chiese ortodosse orientali, la canonizzazione — o, più correttamente, glorificazione secondo la prospettiva ortodossa — dei santi si distingue dalla tradizione cattolica sia sul piano teologico sia nelle modalità pratiche. La glorificazione, infatti, è considerata principalmente un’opera di Dio, mentre alla Chiesa spetta soltanto il compito di riconoscere ufficialmente ciò che in realtà si è già compiuto.

In questa prospettiva, quando una persona che ha vissuto fedelmente seguendo gli insegnamenti della Chiesa muore, spetta a Dio decidere se glorificarla attraverso segni miracolosi oppure no. Se questo avviene, la devozione nei suoi confronti comincia a diffondersi dal livello più semplice, chiamato “radici d’erba”. In questa fase non c’è ancora alcun riconoscimento ufficiale, ma i fedeli possono pregare per lui durante le messe di suffragio, così come si fa per qualsiasi defunto non ancora glorificato. La Chiesa, inoltre, consente di realizzare icone in suo onore, che possono essere conservate nelle case, ma non esposte nei luoghi di culto.
Se i segni della santità del defunto continuano a manifestarsi, si avvia la procedura formale di canonizzazione. La glorificazione può essere proclamata da qualunque vescovo nella propria diocesi, anche se di norma è un sinodo di vescovi a emetterla. Prima della dichiarazione ufficiale di santità, vengono svolte indagini approfondite sulla fede, sulla condotta e sulle opere del defunto, oltre a un’attenta verifica dei miracoli attribuiti alla sua intercessione. La glorificazione definitiva, in ogni caso, non conferisce la santità, ma riconosce quanto, nella visione ortodossa, Dio ha già reso evidente.
In alcuni casi, uno dei segni ritenuti decisivi per la futura canonizzazione riguarda lo stato delle reliquie: alcuni santi, infatti, avrebbero conservato il corpo incorrotto per molto tempo dopo la morte, senza essere stati sottoposti a particolari trattamenti di conservazione. Talvolta, invece, pur in presenza della normale decomposizione, possono manifestarsi altri indizi di santità, come la colorazione dorata delle ossa o la diffusione di un profumo di mirra dai resti mortali. L’assenza di tali fenomeni, comunque, non costituisce motivo sufficiente per negare la santità di una persona.

In alcune tradizioni, una persona già venerata come santa dai fedeli locali, ma per la quale non è ancora iniziato l’iter ufficiale di glorificazione, viene chiamata Beato. Tuttavia, questo titolo è spesso usato anche per individui la cui santità è già stata riconosciuta, come accade per gli Stolti in Cristo (ad esempio, la Beata Ksenija) o per figure a cui tale appellativo è stato attribuito dall’uso comune (come “Beato Agostino”, “Beato Girolamo” e altri). In tali circostanze, il termine beato non indica l’assenza di un riconoscimento ufficiale della loro santità da parte della Chiesa.
I dettagli del rito di glorificazione variano da una diocesi all’altra, ma in genere comprendono l’inserimento ufficiale del nuovo santo nel Calendario liturgico (assegnandogli un giorno specifico dell’anno per la sua commemorazione), la creazione di canti liturgici in suo onore (spesso si utilizzano inni composti appositamente e intonati per la prima volta durante la cerimonia) e la presentazione della sua icona. Prima della glorificazione vera e propria, si celebra solitamente un’ultima Panichida, un solenne rito funebre in cui la Chiesa non prega più per il riposo dell’anima del defunto, ma innalza invece una Paraklesis o un Moleben per invocarne l’intercessione presso Dio.
I martiri non hanno bisogno di una glorificazione formale, poiché, se il loro sacrificio è stato conseguenza diretta della fede e non emergono prove di condotte contrarie al cristianesimo prima della morte, la testimonianza del martirio è già sufficiente. Nella visione ortodossa, la maggior parte dei santi non viene manifestata apertamente da Dio e rimane quindi nascosta agli occhi degli uomini; il loro ricordo, tuttavia, è celebrato nella domenica di Tutti i Santi.



