Mosè scende dal Monte Sinai con il volto che irradia luce divina, eppure nelle statue, nei dipinti e nelle miniature medievali compare spesso con due corna in testa. Non è un capriccio degli artisti, né un riferimento al diavolo: tutto nasce da un errore di traduzione risalente al IV secolo, destinato a condizionare l’arte occidentale per oltre mille anni.
Per capire il perché di questa curiosa iconografia, bisogna fare un passo indietro e osservare come funziona la scrittura ebraica. Nell’alfabeto ebraico, come in altre lingue semitiche, le vocali non sono necessariamente scritte. Le parole si costruiscono a partire da radici consonantiche, e spetta al lettore intuire le vocali giuste in base al contesto e alla propria familiarità con la lingua.
È proprio qui che si annida il problema. Il testo dell’Esodo 34,29 racconta che Mosè, dopo quaranta giorni sul Monte Sinai in compagnia di Dio, scese portando con sé le Tavole della Legge. In quel momento, il suo volto risplendeva. La parola usata in ebraico è karan, “raggi di luce”. Scritta però con le sole consonanti, diventa semplicemente KRN. E proprio quella sequenza di tre lettere è la stessa che forma la parola keren, che invece significa “corno”.
Verso la fine del IV secolo, lo studioso cristiano Sofronio Eusebio Girolamo ricevette da papa Damaso I l’incarico di tradurre in latino il Nuovo Testamento. Girolamo, però, andò ben oltre il mandato: si dedicò anche alla traduzione dell’intera Bibbia ebraica, producendo quella che sarebbe diventata la Vulgata, la versione latina della Scrittura poi dichiarata testo ufficiale della Chiesa cattolica romana nel XVI secolo.

Durante la traduzione dell’Esodo, Girolamo si trovò davanti a quel KRN. Non era il primo a inciampare in questa ambiguità: già Aquila, uno studioso greco convertito all’ebraismo vissuto tre secoli prima, aveva optato per “corno”. Girolamo seguì la stessa strada, scrivendo nella Vulgata che il volto di Mosè era diventato cornuto, “cornitus”, invece di luminoso.
Vale comunque la pena precisare che Girolamo, nel contesto biblico, non stava introducendo un simbolo negativo. Nella Bibbia, le corna non sono mai associate direttamente al demonio: anzi, rappresentano spesso potere e autorità. L’altare del Tabernacolo era decorato con corna, così come quello del Tempio israelita. Gli animali destinati al sacrificio erano solitamente animali cornuti.
Sorprendentemente, le prime rappresentazioni visive di un Mosè cornuto non comparvero subito dopo la diffusione della Vulgata. Gli storici dell’arte hanno rintracciato le prime immagini di questo tipo soltanto circa seicento anni dopo la traduzione di Girolamo: una miniatura nella Bibbia di Bury, in Inghilterra, risalente all’inizio del XII secolo, e successivamente nel manoscritto Walters del XIII secolo, tra molte altre raffigurazioni medievali.
Il capolavoro che ha reso celebre questa iconografia è senz’altro il Mosè di Michelangelo, scolpito tra il 1513 e il 1516 e conservato nella Basilica di San Pietro in Vincoli a Roma. Nella statua alta 235 centimetri, le due protuberanze sul capo del profeta sono inequivocabili. Michelangelo conosceva bene il problema, nella Cappella Sistina aveva già raffigurato Mosè con raggi di luce, ma per la statua scelse di attenersi alla lettera del testo della Vulgata.
Alcuni storici hanno avanzato l’ipotesi che la diffusione medievale di questa iconografia fosse anche alimentata da un crescente antisemitismo europeo, che utilizzava l’immagine delle corna per costruire una rappresentazione distorta e demonizzante degli ebrei. Un’ombra pesante su quello che, in origine, era semplicemente uno sbaglio di lettura.
Curiosamente, alcuni artisti trovarono una via di mezzo: invece di scegliere tra corna e luce, rappresentarono Mosè con entrambe. Alcune opere mostrano il profeta con le protuberanze sul capo e al tempo stesso con fasci luminosi che si irradiano dalla fronte. Una sorta di risposta visiva all’ambiguità testuale, come a voler coprire tutte le possibilità offerte da quel KRN senza vocali.
La storia delle corna di Mosè è, in fondo, la storia di quanto possa essere fragile la trasmissione del sapere attraverso i secoli. Un errore nato dall’assenza di poche vocali ha attraversato il Medioevo, si è sedimentato nell’arte rinascimentale e ha lasciato un’impronta visibile ancora oggi. Non c’è nessun diavolo in questa vicenda, solo la complessità di una lingua antica e la fallibilità di chi ha provato a interpretarla.



