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Home » Cultura » Storia » 17 anni di delitti, 16 morti, zero risposte: esce oggi la serie Netflix sul Mostro di Firenze

17 anni di delitti, 16 morti, zero risposte: esce oggi la serie Netflix sul Mostro di Firenze

Storia completa del mostro di Firenze: 16 vittime in 17 anni, 8 duplici omicidi dal 1968 al 1985. Le indagini, i processi e i misteri irrisolti del caso.
Gabriella DabbeneDi Gabriella Dabbene22 Ottobre 2025
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Un'immagine de "Il Mostro", la serie Netflix incentrata sul Mostro di Firenze disponibile da oggi
Un'immagine de "Il Mostro", la serie Netflix incentrata sul Mostro di Firenze disponibile da oggi (fonte: Netflix)
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La notte del 21 agosto 1968 segna l’inizio di una delle pagine più oscure della cronaca nera italiana: in una strada appartata vicino al cimitero di Signa, in provincia di Firenze, vengono sparati i primi colpi di quella che diventerà un’arma tristemente famosa: una pistola Beretta calibro 22, caricata con munizioni Winchester marcate con la lettera H sul fondello del bossolo. Inizia così una serie di otto duplici omicidi che si protrarranno per 17 anni, fino al 1985, e che segneranno profondamente la vita di un’intera comunità.

Il caso del mostro di Firenze rappresenta il primo episodio riconosciuto di omicidi seriali in Italia. Le vittime erano sempre giovani coppie, sorprese in momenti di intimità nelle campagne fiorentine. Un modus operandi costante, un’arma sempre la stessa, ma un’identità che ancora oggi sfugge a una definizione definitiva. La storia giudiziaria si è conclusa con condanne parziali, ma le indagini hanno lasciato dietro di sé più domande che risposte.

Il primo duplice omicidio e la pista iniziale

Antonio Lo Bianco, 29 anni, muratore sposato, e Barbara Locci, 32 anni, casalinga anch’essa sposata, vengono uccisi intorno a mezzanotte del 21 agosto 1968. I due amanti si trovano in auto, accompagnati da Natalino Mele, il figlio di sei anni di Barbara. Otto colpi di pistola sparati da vicino: quattro per lui, quattro per lei. Il bambino sopravvive e diventerà testimone chiave di una vicenda giudiziaria tormentata.

Le indagini si concentrano immediatamente su Stefano Mele, il marito tradito di Barbara Locci: manovale sardo trapiantato in Toscana, Mele dimostra di essere totalmente incapace di maneggiare un’arma, confonde dettagli cruciali della scena del crimine, ma conosce particolari che solo un testimone oculare potrebbe sapere. Le sue confessioni si contraddicono continuamente: nega, accusa altri sardi come lui (Salvatore e Francesco Vinci), li scagiona, infine ammette. Nel 1970 viene condannato a 14 anni di carcere. Il caso sembra chiuso.

La serie riprende: 1974-1982

Sei anni dopo, il 14 settembre 1974, la violenza ricompare. A Sagginale, frazione del Mugello, vengono uccisi Pasquale Gentilcore, 19 anni, e Stefania Pettini, 18 anni. Si trovano in auto lungo una strada sterrata. Lui riceve cinque colpi di pistola, lei tre, ma viene portata fuori dall’auto ancora viva e accoltellata decine di volte. Il corpo subisce mutilazioni: le vengono asportati il seno sinistro e il pube, mentre nella vagina viene infilato un tralcio di vite. Emerge un dettaglio inquietante: la ragazza aveva confidato di essere stata seguita il giorno prima.

Il 1981 porta due nuovi duplici omicidi. Tra il 6 e il 7 giugno, a Scandicci, vengono uccisi Giovanni Foggi, 30 anni, e Carmela De Nuccio, 21 anni. Lei viene mutilata come Stefania Pettini. Dopo questo delitto viene arrestato un sospettato, ma deve essere rilasciato quando, il 22 ottobre, si verifica un nuovo omicidio: a Calenzano perdono la vita Stefano Baldi, 26 anni, e Susanna Cambi, 24 anni. Anche in questo caso, la vittima femminile aveva riferito alla madre di sentirsi pedinata.

Nel giugno 1982 tocca a Paolo Mainardi e Antonella Migliorini, sorpresi in auto a Baccaiano, frazione di Montespertoli. Questa volta qualcosa va diversamente: Paolo, colpito ma non ucciso dai primi spari, riesce ad accendere l’auto e ad attraversare la strada. L’assassino spara nuovamente. Il luogo non è abbastanza isolato e l’omicida non ha tempo di mutilare il corpo della donna. Paolo Mainardi morirà in ospedale il giorno dopo, senza aver ripreso coscienza.

Stefano Baldi e Susanna Cambi, le vittime del delitto di Calenzano del 22 ottobre 1981
Stefano Baldi e Susanna Cambi, le vittime del delitto di Calenzano del 22 ottobre 1981 (fonte: Wikipedia)

La svolta investigativa

Il delitto del 1982 segna un punto di svolta cruciale. Gli inquirenti collegano finalmente i delitti del 1974, 1981 e 1982 all’omicidio del 1968, quello per cui Stefano Mele era già stato condannato. L’arma è la stessa in tutti i casi: la pistola Beretta calibro 22 con le munizioni Winchester marcate H. Mele si trovava però in carcere quando furono commessi i delitti successivi, e verrà rilasciato nel 1974. Nasce così l’ipotesi di una pista sarda, un possibile coinvolgimento di altre persone legate all’ambiente di Mele e ai sospettati iniziali, Salvatore e Francesco Vinci.

Questo collegamento apre scenari inquietanti: l’assassino non era un improvvisato, ma qualcuno che conosceva perfettamente il territorio, che probabilmente pedinava le vittime, che aveva accesso a quell’arma specifica. La comunità fiorentina comincia a vivere nel terrore: le coppie evitano i luoghi isolati, il dibattito pubblico si interroga sulla necessità di garantire maggiore intimità ai giovani nelle proprie case, per evitare che cerchino rifugio nelle campagne.

Gli ultimi delitti: 1983-1985

La notte tra il 9 e il 10 settembre 1983, a Galluzzo, vengono uccisi due turisti tedeschi: Horst Wilhelm Meyer, 24 anni, e Uwe Jens Rusch, 24 anni. Per la prima volta le vittime non sono una coppia eterosessuale, ma due ragazzi. Questo elemento genera confusione: si tratta davvero dello stesso assassino? L’analisi balistica conferma che l’arma è sempre quella. Gli investigatori ipotizzano che il killer abbia scambiato Uwe, con i capelli lunghi, per una donna.

Il 29 luglio 1984, a Vicchio di Mugello, Pia Rontini, 18 anni, e Claudio Stefanacci, 21 anni, vengono sorpresi in una tenda da campeggio. Entrambi vengono uccisi a colpi di pistola e il corpo di lei viene mutilato. Per la prima volta le vittime non si trovano in auto, segno che l’assassino sta adattando il suo modus operandi.

L’ultimo duplice omicidio avviene l’8 settembre 1985, sempre a Vicchio di Mugello. Jean Michel Kraveichvili, 25 anni, di origine francese, e Nadine Mauriot, 36 anni, francese, vengono attaccati mentre si trovano nel camper. Lei viene uccisa con cinque colpi di pistola e il corpo viene trascinato fuori dal veicolo e mutilato. Lui, ferito gravemente, riesce a trascinarsi fino a una casa isolata per chiedere aiuto, ma muore poco dopo. È l’ultima firma del mostro di Firenze.

Pietro Pacciani in aula con il suo avvocato
Pietro Pacciani in aula con il suo avvocato (fonte: Keystone)

Le indagini e i processi

Le indagini si sviluppano lungo percorsi complessi e contraddittori. Negli anni Novanta la procura di Firenze avvia un’inchiesta che porta alla condanna di Pietro Pacciani, un agricoltore della zona con precedenti per violenza. Nel 1994 Pacciani viene condannato in primo grado a 14 ergastoli per sette degli otto duplici omicidi. La sentenza viene accolta con sollievo dall’opinione pubblica, ma nel 1996 arriva l’assoluzione in appello. La Cassazione annulla la sentenza e ordina un nuovo processo, ma Pacciani muore nel 1998 prima che questo possa celebrarsi.

L’attenzione si sposta sui cosiddetti compagni di merende, Mario Vanni e Giancarlo Lotti. Quest’ultimo confessa il coinvolgimento nei delitti e chiama in correità i presunti complici. Nel 1999 arrivano le condanne definitive: Vanni all’ergastolo per quattro duplici omicidi (1982, 1983, 1984, 1985), Lotti a 26 anni di reclusione per gli stessi delitti. Un terzo uomo, Giovanni Faggi, viene assolto. Alberto Corsi viene prosciolto dall’accusa di favoreggiamento.

Nonostante le condanne, il caso rimane avvolto nel mistero. Sulle scene del crimine non sono mai state trovate prove fisiche come DNA o impronte digitali riconducibili ai condannati. La pistola Beretta non è mai stata ritrovata, così come le parti anatomiche asportate alle vittime. Le indagini hanno esplorato anche piste alternative, inclusa quella di possibili mandanti e moventi di natura esoterica, senza però arrivare a riscontri definitivi.

Un caso ancora aperto

La vicenda del mostro di Firenze ha profondamente segnato l’immaginario collettivo italiano: rappresenta un caso emblematico delle difficoltà investigative di fronte a crimini seriali, della pressione mediatica sugli inquirenti, degli errori giudiziari possibili quando l’urgenza di trovare un colpevole prevale sulla necessità di prove incontrovertibili.

Ancora oggi rimangono aperti dei fascicoli d’inchiesta, mentre studiosi, giornalisti e appassionati continuano a interrogarsi su una delle pagine più oscure della criminalità italiana. La serie Netflix Il Mostro, diretta da Stefano Sollima e in uscita oggi in occasione dell’anniversario del delitto di Calenzano, ha riacceso l’interesse sul caso concentrandosi sulla pista sarda e sui primi anni dell’inchiesta, dimostrando come, a distanza di decenni, questa storia continui a esercitare un fascino inquietante e a porre domande ancora senza risposta definitiva.

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