L’ordine di fucilare dieci italiani per ogni tedesco ucciso fu impartito dal comando nazista di Berlino e comunicato a Roma da Herbert Kappler, capo della Gestapo, nel marzo 1944. Questa drammatica direttiva fu la risposta immediata all’attacco partigiano di via Rasella, dove persero la vita 33 soldati del reggimento “Bozen”. La rappresaglia che ne seguì portò all’eccidio delle Fosse Ardeatine, uno degli episodi più crudi e simbolici dell’occupazione tedesca in Italia durante la Seconda Guerra Mondiale.
Il contesto storico in cui nacque questa tristemente nota espressione risale alla primavera del 1944, con Roma sotto l’occupazione delle truppe del Terzo Reich. Il 23 marzo, i Gruppi di Azione Patriottica (GAP), nuclei della Resistenza romana, organizzarono un’imboscata contro una colonna di soldati tedeschi che transitava regolarmente in via Rasella. L’esplosione di un ordigno artigianale causò la morte istantanea di decine di militari appartenenti al reggimento di polizia “Bozen”, originario dell’Alto Adige.
La reazione delle autorità germaniche fu fulminea e priva di ogni mediazione. Informato dell’accaduto, Adolf Hitler, attraverso il generale Albert Kesselring, impose una punizione collettiva che servisse da monito per l’intera popolazione civile e per i movimenti partigiani. La quota stabilita fu, appunto, di dieci vite italiane per ogni caduto tedesco.
Sebbene l’ordine originario provenisse dai vertici del Reich, fu Herbert Kappler, ufficiale delle SS e comandante della polizia di sicurezza a Roma, a dare esecuzione pratica alla frase “dieci italiani per un tedesco”. Kappler ebbe il compito di compilare le liste dei condannati a morte in tempi strettissimi: meno di 24 ore separarono l’attentato di via Rasella dall’inizio dell’esecuzione.
Per raggiungere la quota necessaria, le autorità naziste rastrellarono i detenuti dai carceri di via Tasso e Regina Coeli. La selezione non seguì criteri di colpevolezza diretta nell’attentato, ma mirò a eliminare prigionieri politici, antifascisti, ebrei e detenuti comuni. Tra le vittime figurarono intellettuali, operai, militari fedeli al Re e civili arrestati casualmente.

Il 24 marzo 1944, la rappresaglia si compì nelle cave di pozzolana note come Fosse Ardeatine, situate nei pressi della via Appia Antica. Le vittime furono condotte all’interno delle gallerie e uccise una ad una con un colpo alla nuca. Per un tragico errore di conteggio nelle concitate fasi del rastrellamento, i nazisti uccisero 335 persone invece delle 330 previste dal rapporto “dieci a uno”.
Dopo l’esecuzione, i tedeschi fecero saltare gli accessi alle cave con l’esplosivo, tentando di occultare i cadaveri sotto tonnellate di detriti e terra. Nonostante la segretezza dell’operazione, la notizia della strage filtrò rapidamente tra la popolazione romana, trasformando le Fosse Ardeatine nel simbolo universale del martirio della Resistenza.
La giustizia internazionale si occupò di Herbert Kappler nel dopoguerra. Nel 1948, un tribunale militare lo condannò all’ergastolo per crimini di guerra e per l’irregolarità dei cinque uccisi in eccesso rispetto alla già illegale rappresaglia. Tuttavia, la vicenda di Kappler ebbe un epilogo controverso: nel 1977, mentre era ricoverato all’ospedale militare del Celio per gravi motivi di salute, riuscì a fuggire in Germania nascosto in una valigia con la complicità della moglie. La sua fuga provocò una profonda crisi diplomatica tra Italia e Germania Ovest e riaprì le ferite mai del tutto rimarginate di un’intera nazione.
