In queste terribili ore in cui Gaza è ormai allo stremo, stretta dalla morsa dell’esercito israeliano, si sta tornando a parlare di Nakba, una parola che molti riporta alla memoria un passaggio tragico della complessa storia del Medioriente. “Nakba” significa “catastrofe” in arabo ed è il termine con cui i palestinesi ricordano quello che accadde nel 1948, quando circa 700.000 palestinesi furono costretti a lasciare le proprie case durante la guerra che seguì la nascita dello stato di Israele. Il parallelo, dunque, pur con le dovute differenze, è con quanto sta avvenendo ora a Gaza, con migliaia di persone costrette dai militari dell’IDF a lasciare le loro casa.
Ma qual è la storia della Nabka? Prima del 1948, nella regione chiamata Palestina vivevano principalmente popolazioni arabe. Tuttavia, a partire dai primi decenni del XX secolo, sempre più ebrei iniziarono ad arrivare in quella terra, spinti dalle terribili persecuzioni che subivano in Europa. Queste persecuzioni raggiunsero il culmine durante la Seconda Guerra Mondiale con l’Olocausto, lo sterminio organizzato dalla Germania nazista.
Dopo la fine della guerra nel 1945, l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) cercò di trovare una soluzione per permettere agli ebrei sopravvissuti di avere una patria sicura. Nel 1947 propose un piano di spartizione del territorio: il 56% della Palestina sarebbe andato agli ebrei per creare il nuovo stato di Israele, mentre il resto sarebbe rimasto ai palestinesi. Gerusalemme, città sacra per entrambi i popoli, sarebbe stata governata direttamente dall’ONU.
Il 14 maggio 1948, David Ben Gurion dichiarò ufficialmente la nascita dello stato di Israele. La leadership ebraica aveva accettato il piano dell’ONU, e sia gli Stati Uniti che l’Unione Sovietica riconobbero subito il nuovo stato.
I palestinesi, però, rifiutarono completamente questo piano. Non accettavano l’idea che il territorio dove avevano sempre vissuto dovesse essere diviso per fare spazio a un nuovo stato.
Il giorno dopo la dichiarazione di indipendenza israeliana, una coalizione di paesi arabi solidali con i palestinesi – Egitto, Iraq, Giordania (allora chiamata Transgiordania) e Siria – attaccò il neonato stato di Israele da tutti i fronti. I leader arabi pensavano che sarebbe stato facile sconfiggere un paese appena nato, ma si sbagliavano.
L’esercito israeliano, formato principalmente da milizie nazionaliste ben organizzate, non solo respinse l’attacco ma contrattaccò con successo. Israele conquistò territori molto più vasti di quelli previsti dal piano ONU, incluse la regione di Acre vicino al Libano, il deserto del Negev a sud e ampie zone tra Tel Aviv e Gerusalemme.
La vittoria israeliana ebbe conseguenze drammatiche per i palestinesi. Centinaia di villaggi palestinesi furono distrutti e in molti dovettero abbandonare le proprie case, diventando profughi di guerra.

Oggi, molti discendenti dei profughi palestinesi del 1948 conservano ancora le chiavi delle case che le loro famiglie furono costrette ad abbandonare, tramandandosele di generazione in generazione. Nel 2008, nel campo profughi di Aida vicino a Betlemme, è stata installata la scultura di un’enorme chiave all’ingresso, diventata simbolo della speranza di ritorno. Durante le commemorazioni della Nakba si vedono sempre chiavi di varie forme e dimensioni.
Alla fine del 1948, l’ONU emanò una risoluzione che garantiva ai palestinesi il “diritto al ritorno” alle proprie case, ma Israele non accettò mai questa decisione. Per i palestinesi tornare è ormai impossibile: le loro case sono state demolite e sostituite da nuove costruzioni israeliane, oppure mai ricostruite.
I palestinesi commemorano la Nakba ogni anno il 15 maggio, un giorno dopo la fondazione dello stato di Israele. Per loro rappresenta l’inizio di tutte le sofferenze del popolo palestinese. Nel 2023, per la prima volta nella sua storia, anche l’ONU ha commemorato ufficialmente la Nakba.



