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Home » Cultura » Storia » La bicicletta rossa, il silenzio e il grande depistaggio: il caso Ermanno Lavorini sconvolse l’Italia

La bicicletta rossa, il silenzio e il grande depistaggio: il caso Ermanno Lavorini sconvolse l’Italia

Il primo sequestro di un bambino nella storia del dopoguerra italiano si trasformò in una vicenda di depistaggi politici, linciaggi mediatici e verità negate per anni. Una ferita ancora aperta.
Francesca FiorentinoDi Francesca Fiorentino9 Marzo 2026
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Ermanno Lavorini
Ermanno Lavorini (Pubblico dominio, Wikimedia Commons)
Il 31 gennaio 1969, a Viareggio, un bambino di dodici anni esce di casa su una bicicletta rossa e non fa più ritorno. Verrà ritrovato senza vita il 9 marzo. Si chiama Ermanno Lavorini, è figlio di una famiglia benestante con un negozio nel centro città, e la sua scomparsa segna uno degli episodi più oscuri e controversi dell’Italia del dopoguerra. Non si tratta solo di un omicidio: intorno alla sua morte si costruisce una delle più elaborate operazioni di depistaggio che la cronaca italiana ricordi.

La richiesta di riscatto arriva nella stessa sera della scomparsa: 15 milioni di lire, cifra considerevole per l’epoca. Le indagini partono senza una direzione precisa. A complicarle, una folla di mitomani, falsi testimoni e opportunisti attirati dalla risonanza mediatica del caso. Nel frattempo, il colonnello Mario De Julio, già collaboratore del generale Giovanni De Lorenzo, viene inviato da Roma per dirigere le operazioni. Gli investigatori imboccano subito una pista sbagliata: quella degli ambienti omosessuali della città.

La verità è molto diversa. I ragazzi coinvolti nel caso, Marco Baldisseri, 16 anni, Rodolfo Della Latta e Andrea Benedetti, frequentano tutti la sede locale del Fronte Monarchico Giovanile, un’organizzazione di estrema destra guidata da Pietro Vangioni. Il rapimento era pensato come strumento di finanziamento per il gruppo. Ma questo elemento rimane a lungo nascosto, mentre i depistaggi si moltiplicano.

Le conseguenze più devastanti del caso non riguardano solo i colpevoli. Giuseppe Zacconi, figlio del celebre attore Ermete Zacconi, viene coinvolto senza alcuna prova e sottoposto a umiliazioni pubbliche. Muore d’infarto il 24 gennaio 1970, con la reputazione distrutta. Ancora peggio va ad Adolfo Meciani, commerciante viareggino accusato da Baldisseri sulla base di una testimonianza poi rivelatasi completamente falsa. I giornali dell’epoca ricostruiscono dettagli intimi della sua vita privata, lo descrivono come un mostro. Dopo settimane di gogna pubblica, due tentativi di linciaggio e il carcere, Meciani si impicca con il lenzuolo del carcere di Pisa il 24 maggio 1969, senza attendere la caduta delle accuse contro di lui. Il suo nome non comparirà mai nelle sentenze come responsabile.

Il processo di primo grado inizia solo nel gennaio 1975, sei anni dopo i fatti. Nel frattempo, Baldisseri ha fornito decine di versioni contraddittorie, coinvolgendo di volta in volta persone diverse, tra cui il sindaco socialista di Viareggio, nel tentativo di sviare le indagini. La sentenza definitiva della Corte di Cassazione stabilisce con chiarezza che il movente del sequestro era politico-estorsivo: procurarsi fondi per il Fronte Monarchico Giovanile. Nonostante ciò, per anni, anche grazie alla narrazione dei giornali dell’epoca, il caso è rimasto nell’immaginario collettivo come una storia di degrado sessuale, non di eversione politica.

Alcune domande restano senza risposta. Baldisseri stesso, intervistato decenni dopo, ha dichiarato che dietro alle numerose versioni false “c’erano degli adulti” che guidavano i ragazzi. Questi adulti non sono stati mai identificati né cercati con la dovuta determinazione. La sede del Fronte Monarchico fu chiusa immediatamente dopo il delitto e gli elenchi degli iscritti sparirono prima di qualsiasi perquisizione.

Nel 2023 la storia di Ermanno Lavorini è arrivata anche sullo schermo. Il documentario Viareggio 1969, diretto da Claudio Pisano, è coprodotto da RED FILM con RAI Documentari e Luce Cinecittà ed è disponibile su RaiPlay. La narrazione si costruisce attraverso le testimonianze dei giornalisti che seguirono il caso all’epoca, di Alessandro Meciani, figlio di Adolfo, la seconda vittima innocente della vicenda, e dei tre condannati in via definitiva. Intervengono anche storici, esperti della strategia della tensione e attivisti per i diritti LGBTQIA+.

Il caso Lavorini è oggi ricordato non solo come il primo sequestro di minore nella storia italiana, ma anche come uno dei primi, clamorosi esempi di disinformazione orchestrata e di linciaggio mediatico in Italia.

 

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