La sera del 1° novembre 1975, Pier Paolo Pasolini – poeta, scrittore e regista – trascorse le sue ultime ore in una Roma autunnale che non avrebbe più rivisto. A 53 anni, uno degli intellettuali più brillanti e discussi del Novecento italiano stava per diventare vittima di un omicidio che ancora oggi, a cinquant’anni di distanza, rimane avvolto nel mistero.
Una serata apparentemente ordinaria
Quella notte Pasolini uscì da Roma alla guida della sua Alfa Romeo 2000 GT Veloce, l’auto sportiva che amava. Intorno alle 22:30 si trovava nei pressi della stazione Termini quando incontrò Giuseppe Pelosi, detto “Pino la Rana”, un ragazzo di diciassette anni che viveva ai margini della società facendo piccoli furti e prostituendosi occasionalmente. Pelosi accettò l’invito di Pasolini a “fare un giretto” e i due si diressero alla trattoria Al Biondo Tevere, vicino alla Basilica di San Paolo, dove cenarono insieme. Lasciarono il ristorante verso le 23:30.
Da quel momento inizia una sequenza di eventi che porterà alla tragedia. Pasolini guidò verso Ostia, un quartiere sul litorale romano, fino a raggiungere l’Idroscalo: un’area desolata con baracche abusive, uno sterrato trasformato dai ragazzi in campo da calcio improvvisato, e il mare a pochi passi. Era un luogo che Pasolini conosceva bene, dove spesso incontrava i “ragazzi di vita”, giovani emarginati che popolavano anche i suoi romanzi e i suoi film.
La scoperta dell’orrore
All’alba del 2 novembre 1975, alle 6:30 del mattino, Maria Teresa Lollobrigida stava tornando alla sua baracca quando vide quello che credeva fosse un mucchio di stracci abbandonati. Si avvicinò e scoprì con orrore che si trattava del corpo di un uomo massacrato. Il cadavere presentava un volto sfigurato dal sangue, ecchimosi su tutto il corpo, dieci costole fratturate, le dita della mano sinistra spezzate e profonde ferite alla testa. Una violenza incredibile, che lasciò gli investigatori sgomenti.
Poche ore dopo, alle 10 del mattino, l’attore Ninetto Davoli – amico carissimo di Pasolini – riconobbe ufficialmente la salma. L’Italia scopriva così di aver perso uno dei suoi intellettuali più provocatori e geniali, l’autore di capolavori come Ragazzi di vita, Il Vangelo secondo Matteo e Salò o le 120 giornate di Sodoma, film appena terminato e non ancora uscito nelle sale.
L’arresto e la confessione
Quella stessa notte, all’1:30, i carabinieri avevano fermato sul lungomare di Ostia un ragazzo che guidava contromano a velocità folle. Era Giuseppe Pelosi, al volante dell’Alfa Romeo di Pasolini. Inizialmente accusato solo di furto d’auto, Pelosi venne trasferito nel carcere minorile di Casal del Marmo. Qui, il 5 novembre, confessò al compagno di cella: “Ho ammazzato Pasolini“.
Interrogato dagli inquirenti, Pelosi raccontò una versione che sarebbe rimasta per anni quella ufficiale: una lite nata da un tentativo di approccio sessuale non gradito. Secondo il giovane, Pasolini lo avrebbe aggredito con un bastone, lui si sarebbe difeso colpendolo con una tavola di legno fino a farlo cadere a terra. Poi, in preda al panico, sarebbe salito sull’auto e nella fuga avrebbe investito più volte il corpo dello scrittore, causandone la morte.
Nel febbraio 1976 si aprì il processo davanti al tribunale dei minori. Il 26 aprile Pelosi venne condannato a nove anni, sette mesi e dieci giorni di reclusione per omicidio volontario. Ma c’era un dettaglio inquietante nella prima sentenza: si parlava di omicidio “in concorso con altre persone rimaste ignote“. I giudici, pur condannando Pelosi, lo avevano ritenuto inattendibile e avevano riconosciuto la probabile presenza di altri aggressori. Nel processo d’appello, però, questo riferimento agli “ignoti” scomparve misteriosamente, e Pelosi divenne l’unico responsabile.

I dubbi che non si placano
Da subito molti giornalisti e amici di Pasolini misero in discussione questa versione. La scrittrice Oriana Fallaci e altri cronisti dell’Europeo condussero una contro-inchiesta raccogliendo testimonianze inquietanti: c’era chi diceva di aver visto Pasolini entrare in una baracca con Pelosi e due motociclisti, chi parlava di un agguato organizzato, chi sosteneva che lo scrittore facesse troppe domande sul racket della prostituzione minorile.
Le indagini della polizia presentarono fin da subito evidenti lacune: quando gli agenti arrivarono sulla scena del crimine alle 6:45, c’era già una piccola folla di curiosi che nessuno pensò di allontanare. Peggio ancora, alle nove del mattino alcuni ragazzi giocarono addirittura una partita di calcio sul campetto adiacente, a pochi metri dal corpo. Giornalisti presenti notarono che dietro la porta del campo c’erano pezzi di legno macchiati di sangue e la camicia di Pasolini, trovata a settanta metri di distanza dal cadavere: elementi che suggerivano uno scenario più complesso di una semplice colluttazione tra due persone.
La ritrattazione dopo trent’anni
Nel maggio 2005, trent’anni dopo i fatti, Pelosi – ormai libero – apparve in televisione dichiarando di non aver ucciso Pasolini: sostenne che lo scrittore era stato massacrato da tre persone con accento siciliano, che lo aggredirono con bastoni e catene mentre lui assisteva terrorizzato. Pelosi spiegò di aver mentito perché minacciato di morte insieme ai suoi genitori, e di aver atteso la loro scomparsa per poter finalmente parlare.
Nelle sue ultime dichiarazioni, rilasciate prima di morire nel 2017 per una malattia, Pelosi aggiunse un particolare importante: quella sera Pasolini non si era recato a Ostia per un incontro sessuale occasionale, ma per recuperare due “pizze” cinematografiche (bobine di pellicola) del film Salò che gli erano state rubate mesi prima dalla Technicolor. Sarebbe stato quindi attirato in una trappola.
Nel 2010 i carabinieri del RIS (Reparto Investigazioni Scientifiche) analizzarono gli abiti che Pasolini indossava quella notte e trovarono tracce di DNA di almeno tre persone diverse, né dello scrittore né di Pelosi. Una prova scientifica che confermerebbe la presenza di altri aggressori. Nel 2023 l’avvocato Stefano Maccioni ha chiesto alla Procura di Roma di riaprire le indagini proprio sulla base di queste tracce di DNA mai identificate, ma la richiesta è stata respinta con la motivazione che non ci sono elementi sufficienti per giustificare nuove investigazioni.
Il mistero rimane
Cinquant’anni dopo, la morte di Pier Paolo Pasolini continua a interrogare l’Italia. Fu davvero un omicidio passionale finito male, come sostiene la versione ufficiale? Oppure uno degli intellettuali più scomodi del suo tempo, quello che criticava ferocemente la società dei consumi, il potere politico e la borghesia, fu vittima di un complotto? Le tracce di DNA, le testimonianze contraddittorie, i legami con il furto delle pellicole di Salò – film estremamente provocatorio che molti volevano censurare – e le indagini condotte in modo approssimativo lasciano aperte troppe domande.
Quella notte di nebbia all’Idroscalo di Ostia, sotto il cielo plumbeo di novembre, l’Italia perse non solo un grande artista ma anche, forse, l’occasione di fare veramente luce su uno dei suoi misteri più oscuri. E Pasolini, che aveva scritto il celebre articolo “Io so” sui misteri italiani dichiarando di conoscere i nomi dei responsabili delle stragi ma di non avere le prove, divenne egli stesso parte di quei “misteri d’Italia” che aveva denunciato con tanta lucidità e coraggio.



