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Home » Cultura » World Radio Day 2026, la radio compie 80 anni: dalla scoperta di Marconi allo streaming, ecco quali sono le sfide di oggi

World Radio Day 2026, la radio compie 80 anni: dalla scoperta di Marconi allo streaming, ecco quali sono le sfide di oggi

Il World Radio Day 2026 accende i riflettori sulla battaglia per mantenere la radio nelle auto: il rischio è l'eliminazione dei ricevitori tradizionali a favore dello streaming.
Gabriella DabbeneDi Gabriella Dabbene13 Febbraio 2026
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Una vecchia radio
Una vecchia radio (fonte: Unsplash)

Oggi 13 febbraio 2026 si celebra la Giornata Mondiale della Radio, una ricorrenza che quest’anno assume un significato particolare: mentre il mezzo radiofonico festeggia 80 anni dalla prima trasmissione delle Nazioni Unite, avvenuta esattamente il 13 febbraio 1946, si trova ad affrontare sfide inedite che riguardano non solo la tecnologia, ma la stessa libertà degli ascoltatori.

L’istituzione ufficiale del World Radio Day risale al 2012, quando le Nazioni Unite hanno accolto la proposta dell’Unesco di celebrare un mezzo che, nonostante i ripetuti presagi di declino, continua a reinventarsi e a mantenere un ruolo centrale nella vita di milioni di persone. La data del 13 febbraio è stata scelta proprio per commemorare quel giorno del 1946 in cui l’Onu trasmise la sua prima trasmissione radiofonica.

La storia della radio affonda le sue radici in Italia: fu il fisico Guglielmo Marconi a brevettare per la prima volta questo rivoluzionario sistema di comunicazione il 5 marzo 1896 a Londra. La validità della sua scoperta venne consacrata nel 1907, quando il segnale riuscì ad attraversare l’oceano, un’impresa che gli valse il premio Nobel per la Fisica nel 1909 e che segnò l’inizio di una rivoluzione nelle comunicazioni globali.

In Italia, il percorso radiofonico iniziò ufficialmente il 27 agosto 1924 con la nascita dell’Unione Radiofonica Italiana, che avviò le trasmissioni il 6 ottobre dello stesso anno. Nel 1927 l’Uri si trasformò in Eiar, operando per decenni in regime di monopolio statale. La svolta democratica arrivò negli anni Settanta: nel 1974 la Corte Costituzionale permise ai privati di trasmettere via cavo a livello locale; ma fu la storica sentenza del 1976 a liberalizzare completamente la trasmissione via etere in ambito locale, dando vita all’esplosione delle radio private.

Grazie alle potenzialità della modulazione di frequenza FM, la radio entrò nelle case e soprattutto nelle auto degli italiani con una varietà di voci e musica mai vista prima. Oggi quel legame con l’automobile è più forte che mai: circa 35 milioni di italiani ascoltano la radio ogni giorno, di cui quasi 30 milioni proprio mentre sono alla guida.

Ed è proprio questo rapporto consolidato a essere messo in discussione. In occasione del World Radio Day 2026, Confindustria Radio Televisioni ha lanciato la campagna di comunicazione RadioInAuto per richiamare l’attenzione di pubblico, istituzioni e industria automobilistica sull’importanza di garantire la piena accessibilità della radio in tutti i modelli di auto.

 

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Antonio Marano, presidente di Confindustria Radio TV, ha spiegato le ragioni di questa battaglia durante un’intervista a RTL 102.5: “La radio è libera, ed è sempre stata libera. Avere la radio in auto significa raggiungere circa 35 milioni di ascoltatori al giorno. Quello che sta accadendo oggi, con le proposte che arrivano dalla tecno-industria, è che la capacità di chi gestisce gli algoritmi sta diventando determinante nelle scelte degli utenti e dei cittadini”.

Il rischio concreto è che alcuni costruttori automobilistici decidano di eliminare i ricevitori radio tradizionali, costringendo gli automobilisti a utilizzare esclusivamente lo smartphone per ascoltare contenuti audio. Una scelta che secondo Marano avrebbe conseguenze significative: “Comprare un’auto senza radio significa non essere più in grado di decidere in modo autonomo cosa ascoltare e cosa sentire, ma soprattutto come informarsi. Il rischio è che l’informazione finisca nelle mani della tecno-industria””.

La questione non è solo tecnologica ma riguarda anche la sicurezza stradale. Cambiare stazione o scegliere un contenuto dal cellulare durante la guida rappresenta una potenziale fonte di pericolo e non offre le stesse garanzie dei messaggi diretti e affidabili che la radio può trasmettere in tempo reale, in autostrada, sulle superstrade o in città.

Parallelamente a queste sfide, la radio sta vivendo quella che può essere definita la sua terza giovinezza: come l’FM è stato il pilastro del secolo scorso, oggi il DAB+, Digital Audio Broadcasting, garantisce una qualità audio superiore senza interferenze. Ma la vera rivoluzione è rappresentata dallo streaming: la radio si ascolta sugli smartphone, attraverso gli smart speaker in cucina e tramite i podcast on-demand, trasformando l’ascolto da lineare a personalizzato.

In occasione dell’edizione 2026 del World Radio Day, l’Unesco ha scelto un tema cruciale: Radio e Intelligenza Artificiale. Con algoritmi in grado di generare playlist e persino voci sintetiche, la radio è chiamata a una nuova sfida: quella di utilizzare la tecnologia per migliorare l’accessibilità e la personalizzazione dei contenuti, mantenendo però intatto quel rapporto di fiducia e calore umano che solo un conduttore in carne e ossa può offrire.

L’obiettivo è comprendere come l’intelligenza artificiale possa potenziare il mezzo radiofonico nella creazione e distribuzione dei contenuti senza snaturarne l’essenza. Come sottolineato da Marano, “nella radio c’è contatto, c’è collegamento, c’è una risposta immediata. Non è semplicemente un mezzo audio-musicale; è il mezzo di comunicazione più antico che ancora oggi resta il più efficiente, il più veloce, il più immediato e, soprattutto, il più libero”.

La battaglia per mantenere la radio nelle automobili non è quindi una resistenza nostalgica al cambiamento tecnologico, ma la difesa di un principio fondamentale: la libertà dei cittadini di accedere all’informazione in modo diretto, senza intermediazioni algoritmiche che decidano al posto loro cosa ascoltare, cosa vedere, cosa sapere. Una libertà che, a 80 anni dalla prima trasmissione dell’Onu e a 130 anni dall’invenzione di Marconi, merita ancora di essere protetta.

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