Quando si parla di infortuni gravi nello sci alpino, la mente corre subito a legamenti strappati o ossa rotte. Quello che è successo a Lindsey Vonn va però ben oltre: la campionessa americana ha rischiato l’amputazione della gamba, non tanto per le fratture in sé, quanto per una complicanza medica tra le più pericolose in ambito ortopedico, la sindrome compartimentale.
La sciatrice ha spiegato tutto in un lungo post su Instagram in cui ha nascosto nulla sul grande dolore provato e sulla gravità della condizione che ha vissuto:
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L’incidente ha provocato alla sciatrice una frattura complessa della tibia, la rottura della testa del perone e del piatto tibiale. In pratica, come ha raccontato lei stessa, “era tutto in pezzi”. Ma il vero allarme è scattato subito dopo, quando i medici hanno individuato quella che in ortopedia viene considerata la complicanza a più alto rischio di perdita dell’arto.
Il corpo umano è suddiviso in compartimenti anatomici, aree delimitate da fasce fibrose rigide che avvolgono muscoli, vasi e nervi. Quando in uno di questi spazi chiusi si verifica un trauma importante, i tessuti gonfiandosi aumentano la pressione interna. Se questa pressione supera una certa soglia critica, il sangue non riesce più a raggiungere i tessuti in modo adeguato: inizia così una progressiva mancanza di ossigeno e nutrienti. Il risultato, se non si interviene in tempo, è la necrosi, ovvero la morte del tessuto.
È importante sapere che la presenza di polso al polso o alla caviglia, i cosiddetti “polsi distali”, non esclude affatto la sindrome: un dato controintuitivo che può trarre in inganno persino i soccorritori meno esperti.
I segnali da non sottovalutare includono un dolore sproporzionato rispetto alla lesione apparente, sensazione di formicolio o intorpidimento agli arti (tecnicamente definita parestesia), fino alla vera e propria perdita di forza muscolare. La diagnosi definitiva si ottiene misurando la pressione all’interno del muscolo attraverso un apposito dispositivo percutaneo, che rileva con precisione se i valori sono fuori norma.
Esistono diverse forme di questa sindrome. Quella anteriore, per esempio, colpisce il compartimento frontale della gamba e compromette la funzionalità dei muscoli e dei nervi che controllano il piede. Esiste poi la variante da sforzo cronico, tipica dell’ambito sportivo, che si manifesta con crampi, tensione e dolore ricorrente — meno drammatica nella forma acuta, ma comunque debilitante.
Nelle sindromi compartimentali acute, ogni ora conta. L’unico trattamento efficace è chirurgico e si chiama fasciotomia: il chirurgo incide la fascia muscolare per liberare la pressione accumulata. Un intervento che va eseguito tempestivamente, perché ritardarlo significa affrontare in seguito operazioni di ricostruzione ben più complesse, con risultati, purtroppo, spesso parziali. A effettuare l’intervento su Vonn è stato il dottor Tom Hackett:
“Lui mi ha salvato la gamba. Letteralmente. Ha eseguito una fasciotomia: ha inciso entrambi i lati della gamba, l’ha ‘aperta’ per così dire, permettendole di respirare. Dico sempre che tutto succede per una ragione. Se non mi fossi rotta il crociato, Tom probabilmente non sarebbe stato lì.”
Il dottor Hackett era presente proprio perché aveva già trattato in precedenza un infortunio al legamento crociato della Vonn. Un caso che lei stessa definisce provvidenziale: senza quella coincidenza, l’esito avrebbe potuto essere molto diverso. L’intervento complessivo di ricostruzione è durato sei ore.
Nei giorni successivi all’operazione, la campionessa ha dovuto affrontare anche una seria anemia da perdita di sangue, risolta con una trasfusione. Al momento della dimissione si è trovata su una sedia a rotelle, con una prognosi che prevede l’uso delle stampelle per almeno due mesi e un percorso di riabilitazione ancora tutto da costruire.



