Una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica eClinicalMedicine, del gruppo The Lancet, ha evidenziato come l’esposizione agli ftalati, sostanze chimiche impiegate per rendere flessibili le plastiche, sia correlata a circa due milioni di parti prematuri avvenuti globalmente in un solo anno. Lo studio stima che queste sostanze, presenti in innumerevoli oggetti d’uso quotidiano, contribuiscano a oltre l’otto per cento delle nascite pretermine nel mondo, con un impatto significativo anche sulla mortalità neonatale.
L’indagine si è concentrata in particolare sul di-2-etilesilftalato (DEHP), un composto rintracciabile in detergenti, cosmetici, repellenti per insetti e vari prodotti casalinghi. Analizzando i dati di oltre duecento paesi relativi al 2018, gli esperti hanno calcolato che l’esposizione al DEHP potrebbe essere associata a 1,97 milioni di nascite prima della trentasettesima settimana e alla morte di circa 74.000 neonati. Un dato altrettanto allarmante riguarda il diisononil ftalato (DiNP), spesso utilizzato come alternativa ritenuta più sicura rispetto al DEHP, ma che secondo le proiezioni avrebbe contribuito a ulteriori 1,88 milioni di parti prematuri. L’incidenza di questo fenomeno appare particolarmente elevata in regioni come l’Asia meridionale, il Medio Oriente e l’Africa, evidenziando una distribuzione sproporzionata del rischio ambientale.

La correlazione tra questi agenti chimici e il parto anticipato sembra risiedere nella capacità dei plastificanti di agire come interferenti endocrini e di scatenare stati infiammatori cronici. Secondo gli specialisti in tossicologia e ostetricia, gli ftalati penetrano nei tessuti e attivano una risposta del sistema immunitario. In particolare, cellule come i macrofagi non riescono a degradare completamente queste particelle estranee, mantenendo l’organismo in una condizione di infiammazione persistente. Quando tale processo interessa la placenta, l’organo fondamentale per il sostentamento fetale, può innescare i segnali biologici che portano al travaglio anticipato.
Le conseguenze sulla salute non riguardano esclusivamente la fase della gestazione. Anche per chi non programma una gravidanza, la presenza di ftalati nell’organismo rimane un fattore di rischio. Il meccanismo dell’infiammazione cronica è infatti associato allo sviluppo di patologie cardiovascolari, che possono colpire indistintamente tutta la popolazione. Sebbene lo studio non stabilisca un rapporto di causa-effetto diretto e assoluto, la solidità del legame statistico suggerisce la necessità di una maggiore prudenza nell’interazione con i materiali plastici, specialmente in contesti dove il calore può favorire il rilascio delle sostanze chimiche.
Per limitare l’assorbimento di queste tossine, gli esperti consigliano di adottare abitudini di vita più orientate alla prevenzione ambientale. Una delle misure più efficaci consiste nel sostituire i contenitori in plastica per alimenti con recipienti in vetro, che sono naturalmente privi di ftalati. È inoltre fondamentale evitare l’uso del microonde per riscaldare cibi all’interno di vaschette o pellicole plastiche, poiché le alte temperature accelerano il passaggio dei composti chimici dalla confezione al nutrimento. Anche la scelta di prodotti per l’igiene personale, come gli spazzolini da denti, dovrebbe ricadere su varianti esplicitamente etichettate come prive di ftalati.
