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Home » Salute » Scienza » È partito il CRASH Clock: basta poco per una collisione catastrofica nello spazio

È partito il CRASH Clock: basta poco per una collisione catastrofica nello spazio

Lo spazio rischia il collasso: se i satelliti perdessero il controllo, avremmo solo 2,8 giorni prima di una collisione devastante. Un allarme reale.
Francesca FiorentinoDi Francesca Fiorentino17 Dicembre 2025
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Un satellite nel cielo
Un satellite nel cielo (fonte: Unsplash)

La scorsa settimana un veicolo spaziale cinese ha sfiorato un satellite Starlink passando a soli 200 metri di distanza. Poteva essere una tragedia, invece si è trattato dell’ennesimo “quasi incidente” che ormai avviene regolarmente sopra le nostre teste. La situazione nell’orbita terrestre bassa è diventata così critica che un gruppo di scienziati ha lanciato un nuovo sistema di allarme: il CRASH Clock. Il CRASH Clock (acronimo di Collision Realization and Significant Harm) è uno strumento che calcola quanto tempo ci separa da una collisione catastrofica tra satelliti, nel caso gli operatori perdessero la capacità di farli manovrare per evitare scontri. Lo studio, condotto da Sarah Thiele dell’Università di Princeton e pubblicato la scorsa settimana, rivela un dato agghiacciante: basandosi sul numero di oggetti in orbita a giugno 2025, avremmo appena 2,8 giorni prima del disastro.

Per capire quanto rapidamente la situazione si sia deteriorata, basta confrontare questo numero con quello del 2018: allora avevamo 121 giorni di margine. In sette anni siamo passati da quattro mesi a meno di tre giorni. La differenza? L’esplosione delle megacostellazioni satellitari, principalmente Starlink di SpaceX.

Attualmente i satelliti delle varie megacostellazioni si avvicinano a meno di un chilometro l’uno dall’altro circa ogni 22 secondi. È come se l’orbita terrestre fosse diventata un’autostrada trafficatissima dove le auto si sfiorano continuamente. Il numero di oggetti nello spazio è letteralmente esploso: dai circa 13.700 del 2019 siamo passati a quasi 24.200 nel 2025.

Starlink da solo conta 9.300 satelliti operativi, rappresentando la maggioranza di tutti i satelliti attivi attorno alla Terra. Nella zona più densa della costellazione, i satelliti Starlink passano vicini a un altro oggetto ogni 11 minuti. Per evitare collisioni, ciascun satellite deve effettuare in media 41 manovre all’anno, che tradotto per l’intera megacostellazione significa una manovra evasiva ogni 1,8 minuti. Tra dicembre 2024 e maggio 2025, Starlink ha eseguito 144.404 manovre per evitare impatti.

E il ritmo non rallenta: il numero di queste manovre è raddoppiato ogni sei mesi negli ultimi anni. SpaceX continua a lanciare migliaia di nuovi satelliti ogni anno, rendendo lo spazio sempre più congestionato.

Il vero incubo degli scienziati si chiama sindrome di Kessler. Si tratta di uno scenario teorizzato già nel 1978 dall’esperto NASA Don Kessler: una singola collisione tra satelliti genera una nuvola di detriti che colpisce altri satelliti, innescando una reazione a catena. I frammenti aumentano esponenzialmente, rendendo alcune zone dell’orbita completamente inaccessibili e distruggendo le reti satellitari da cui dipende la nostra vita quotidiana (GPS, telecomunicazioni, previsioni meteo).

Sebbene la sindrome di Kessler completa richiederebbe decenni per svilupparsi, anche solo 24 ore senza possibilità di manovrare comporterebbero una probabilità del 30% di collisione catastrofica. E alcuni esperti temono che potremmo aver già superato il punto di non ritorno.

I ricercatori hanno individuato due scenari principali che potrebbero mandare in tilt il sistema di controllo satellitare. Il primo è una forte tempesta solare: questi eventi spaziali possono interferire con i sistemi di navigazione e comunicazione dei satelliti, impedendo agli operatori di inviare comandi per le manovre evasive. Inoltre, le tempeste aumentano la resistenza atmosferica sui satelliti, modificandone l’orbita e aumentando il rischio di scontro.

satellite nello spazio
satellite nello spazio (fonte: Unsplash)

Le tempeste solari possono colpire i sistemi che permettono ai satelliti di eseguire le manovre necessarie per evitare collisioni, lasciandoli alla deriva proprio quando avrebbero più bisogno di essere controllati. Se dovesse verificarsi un evento simile alla tempesta di Carrington del 1859 (la più potente mai registrata), le conseguenze per i satelliti moderni sarebbero devastanti.

Il secondo scenario riguarda un grave problema software. Con migliaia di satelliti che dipendono da sistemi informatici complessi, un bug critico o un attacco informatico potrebbero paralizzare intere costellazioni. E qualsiasi sviluppatore sa che il software perfetto non esiste.

Ma le collisioni non sono l’unico problema. Gli scienziati segnalano già interruzioni nell’osservazione astronomica, inquinamento nell’alta atmosfera causato dal crescente numero di satelliti che bruciano rientrando, e aumentati rischi per chi vive a terra. Quando i satelliti a fine vita rientrano nell’atmosfera disintegrandosi, rilasciano particelle inquinanti negli strati superiori dell’atmosfera, con effetti ancora poco studiati.

I telescopi terrestri hanno sempre più difficoltà a osservare il cielo notturno a causa delle scie luminose lasciate dai satelliti. Per gli astronomi, è come cercare di studiare le stelle mentre migliaia di fari ti passano davanti agli occhi.

I ricercatori sono chiari: è evidente che abbiamo già messo sotto forte pressione l’orbita terrestre bassa, e sono necessari cambiamenti immediati nel nostro approccio. Il CRASH Clock dovrebbe servire proprio a questo: rendere visibile e quantificabile un rischio che altrimenti resta astratto.

Mentre le aziende private continuano a lanciare migliaia di satelliti per fornire internet globale e altri servizi, la comunità scientifica chiede regole più stringenti e un coordinamento internazionale più efficace. La questione non è più se accadrà una collisione grave, ma quando. E con un margine di appena 2,8 giorni, il tempo per agire sta per scadere.

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