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Home » Salute » Scienza » Lo spazio “divora” le cellule staminali, la scoperta inquietante della NASA

Lo spazio “divora” le cellule staminali, la scoperta inquietante della NASA

Cosa succede al nostro corpo durante un viaggio spaziale? La NASA rivela un invecchiamento accelerato delle cellule staminali.
Francesca FiorentinoDi Francesca Fiorentino7 Settembre 2025
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ASTRONAUTA NELLO SPAZIO
Astronauta nello spazio (fonte: Pexels)

No, i viaggi nello spazio non modificano in maniera permanente il nostro DNA, come per molto tempo si è creduto, ma di sicuro qualcosa al nostro organismo fanno. Per esempio, invecchiarlo. Diversi studi, tra cui uno recente finanziato dalla NASA e pubblicato su Cell Stem Cell, hanno evidenziato come il volo spaziale possa influire negativamente sulle cellule staminali, fondamentali per la riparazione dei tessuti e il corretto funzionamento del sistema immunitario.

Le cellule staminali, in particolare quelle del midollo osseo, sembrano invecchiare fino a dieci volte più velocemente in condizioni di microgravità e radiazioni cosmiche. Secondo la dottoressa Catriona Jamieson, direttrice del Sanford Stem Cell Institute e autrice principale dello studio, questo fenomeno è dovuto a un’alterazione del loro normale ciclo vitale. Invece di rimanere inattive per la maggior parte del tempo, le cellule staminali nello spazio si “risvegliano” e consumano le proprie riserve energetiche, mostrando segni di invecchiamento accelerato e una ridotta capacità di generare nuove cellule.

Astronauti NASA nello spazio
Astronauti sulla Stazione Spaziale Internazionale ci sono anche Suni Williams e Butch Wilmore (fonte: NASA)

L’esperimento, condotto a bordo della Stazione Spaziale Internazionale (ISS) grazie a bioreattori miniaturizzati e monitorati da un sistema di intelligenza artificiale, ha analizzato cellule staminali di donatori sottoposti a intervento chirurgico all’anca. I risultati hanno evidenziato non solo una diminuzione della capacità rigenerativa, ma anche danni al DNA e un accorciamento dei telomeri, le strutture che proteggono le estremità dei cromosomi e sono considerati un indicatore dell’età biologica.

Un aspetto ancora più inquietante riguarda l’attivazione del cosiddetto “genoma oscuro“, porzioni di DNA normalmente inattive che contengono residui di antichi virus. Lo stress causato dall’ambiente spaziale sembra risvegliare questi elementi, contribuendo al deterioramento delle cellule staminali.

Gli studi precedenti, come quello sui gemelli astronauti Mark e Scott Kelly, avevano già suggerito una correlazione tra i viaggi spaziali e l’invecchiamento. Scott, dopo aver trascorso 340 giorni nello spazio, ha manifestato alterazioni genetiche, riduzione delle funzioni cognitive e accorciamento dei telomeri, effetti che in parte sono persistiti anche dopo il suo ritorno sulla Terra.

Sebbene i risultati siano preoccupanti, c’è una nota positiva: sembra che le cellule staminali possano recuperare, almeno in parte, la loro funzionalità una volta tornate sulla Terra. Il processo di recupero, tuttavia, può richiedere circa un anno. Inoltre, queste ricerche aprono nuove prospettive per la comprensione dell’invecchiamento e lo sviluppo di terapie per contrastarlo, sia per gli astronauti che per i pazienti affetti da malattie come il cancro.

 

 

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