In un grattacielo di Manila, nelle Filippine, una sessantina di giovani operatori passano la giornata davanti agli schermi. Il loro compito? Controllare robot che riforniscono scaffali di supermercati in Giappone, a migliaia di chilometri di distanza. Quando uno dei robot lascia cadere una lattina, qualcuno indossa un visore VR e con dei joystick lo aiuta a riprenderla. Benvenuti nel nuovo mondo del lavoro globale.
I robot AI sono stati progettati dalla startup giapponese Telexistence e dal 2022 sono operativi nei magazzini di oltre 300 negozi FamilyMart e Lawson a Tokyo. Presto arriveranno anche nelle catene 7-Eleven. Questi robot sembrano autonomi, ma in realtà dipendono da un esercito di lavoratori umani che li sorvegliano costantemente.
Gli androidi vengono monitorati da dipendenti di Astro Robotics, una startup filippina specializzata in forza lavoro robotica. Ogni operatore, chiamato “pilot”, sorveglia circa 50 robot contemporaneamente. Normalmente i robot lavorano da soli, ma circa il 4% delle volte commettono errori e serve l’intervento umano. Far recuperare un oggetto caduto a un robot, replicando perfettamente la presa umana, è uno dei problemi più difficili della robotica moderna.
Il Giappone sta affrontando un grosso problema demografico: la popolazione sta invecchiando rapidamente e mancano lavoratori. Il paese è anche cauto nell’accogliere immigrati. I robot telecontrollati offrono una soluzione alternativa: permettono di “delocalizzare” il lavoro fisico senza che le persone debbano trasferirsi.

Juan Paolo Villonco, fondatore di Astro Robotics, spiega che questa strategia riduce i costi per le aziende. Trovare qualcuno disposto a rifornire scaffali in Giappone è difficile e costoso, perché il salario minimo è alto. Invece, reclutare giovani filippini esperti di tecnologia è molto più facile ed economico.
Qui emergono i problemi etici di questo sistema. I tele-operatori filippini guadagnano tra 250 e 315 dollari al mese, più o meno come chi lavora in un call center. Devono monitorare costantemente i robot e preparare rapporti sulle loro prestazioni. Quando il robot sbaglia, devono intervenire rapidamente.
Il lavoro non è facile. Durante un turno di otto ore, un operatore deve prendere il controllo del robot circa 50 volte, impiegando fino a cinque minuti ogni volta. L’uso frequente del visore VR provoca quello che si chiama “cybersickness”: una forma di mal di movimento che causa stordimento, nausea e vista annebbiata. Come spiega un esperto, è come teletrasportarsi continuamente, con improvvise disconnessioni dall’ambiente e cambi di altezza.
C’è un aspetto ancora più inquietante. Telexistence sta utilizzando i dati raccolti dai lavoratori filippini per sviluppare robot completamente autonomi in collaborazione con la startup di San Francisco Physical Intelligence, con l’obiettivo di dare ai robot un’intelligenza fisica simile a quella umana. L’obiettivo dichiarato è “spostare questi compiti di teleoperazione manuale verso operazioni completamente autonome”.
In altre parole: i lavoratori filippini stanno letteralmente insegnando alle macchine a fare il loro lavoro, contribuendo a rendersi obsoleti. È un paradosso crudele del progresso tecnologico.
Alcuni esperti credono che l’automazione completa potrebbe non essere mai raggiunta e che ci sarà sempre bisogno di umani per monitorare i sistemi automatizzati. Ma la domanda fondamentale resta: a quale prezzo umano e sociale stiamo costruendo il futuro dell’automazione? E chi trarrà davvero vantaggio da questa rivoluzione tecnologica quando i lavoratori che la rendono possibile guadagnano stipendi che non permettono loro di vivere dignitosamente?



