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Home » Lifestyle » I social? A volte sono un bene per i bambini, lo rivela uno studio

I social? A volte sono un bene per i bambini, lo rivela uno studio

Usare i social con moderazione può aiutare il benessere dei ragazzi. Lo rivela uno studio australiano: ecco perché il divieto non basta.
Francesca FiorentinoDi Francesca Fiorentino14 Gennaio 2026
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Bambini in classe con cellulare
Bambini in classe con cellulare (fonte: Pexels)

Siamo abituati a sentir dire che passare il tempo a scorrere video e foto sia dannoso per la mente. Tuttavia, una ricerca pubblicata sulla prestigiosa rivista JAMA Pediatrics rimescola le carte. Lo studio ha analizzato per tre anni oltre 100.000 studenti in Australia, scoprendo che chi usa i social con moderazione, circa due ore al giorno, risulta spesso più sereno e soddisfatto rispetto a chi ne abusa, ma anche rispetto a chi non li usa affatto.

I ricercatori hanno osservato che la relazione tra schermi e felicità non è a senso unico. Se superare le tre ore quotidiane causa ansia e tristezza, l’astinenza totale può portare alla solitudine. Per i ragazzi più grandi, infatti, i social sono il luogo dove si organizzano gli allenamenti, si ride per una battuta comune o si creano gruppi di studio. Restare completamente “fuori” dal mondo digitale significa spesso restare ai margini delle conversazioni reali, perdendo occasioni di socialità con i coetanei.

L’effetto delle piattaforme cambia molto in base a chi le usa. Le bambine tra i 10 e i 12 anni sembrano stare meglio senza profili online, mentre per le adolescenti un uso contenuto diventa un supporto per le relazioni. Per i maschi, la differenza è minima da piccoli, ma crescendo chi è del tutto assente dai social mostra un calo del benessere mentale. È come se, con l’adolescenza, lo smartphone diventasse una piazza virtuale necessaria per sentirsi parte del gruppo.

I loghi dei principali social media in circolazione
I loghi dei principali social media in circolazione (fonte: Unsplash)

Gli esperti sottolineano che il cronometro non è l’unico strumento di misura. Esiste una differenza enorme tra l’uso attivo (chattare con amici, cercare tutorial, informarsi) e l’uso passivo, come perdersi per ore in video senza senso che svuotano l’attenzione. Piuttosto che imporre divieti rigidi — come sta provando a fare l’Australia vietando i social ai minori di 16 anni — la ricerca suggerisce che sarebbe più utile insegnare un uso intenzionale e intelligente della tecnologia.

Invece di trasformarsi in “poliziotti” della rete, i genitori dovrebbero agire come guide. La soluzione ideale non sembra essere lo spegnimento totale dei dispositivi, ma un’educazione digitale fatta di dialogo, filtri per la privacy e regole condivise. Imparare a dosare il tempo online, proprio come si fa con i dolci, è la strategia migliore per trasformare i social in uno strumento di arricchimento anziché in una fonte di stress.

In Australia la questione è diventata una vera e propria battaglia legale: il governo ha infatti approvato una legge pionieristica che vieta l’accesso ai social media ai minori di 16 anni, imponendo alle piattaforme multe salatissime se non verificheranno con rigore l’età degli iscritti. Questa mossa drastica mira a proteggere i più giovani dai rischi del web, ma il dibattito resta aperto: molti esperti temono che un muro così alto possa impedire ai ragazzi di imparare a gestire la propria vita digitale in modo consapevole.

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