Oggi si sono tenuti a Roma i funerali di Valentino Garavani. Ad accompagnare il feretro all’uscita dalla Basilica di Santa Maria degli Angeli sono state le note di una delle più belle canzoni italiane, Il nostro concerto di Umberto Bindi, autore sottovalutato e ostracizzato dall’Italia bacchettona degli anni ’60. Ligure di Bogliasco, nato il 12 maggio 1932 (Toro come Valentino), è stato uno degli epigoni della Scuola Genovese, quel clan che comprendeva De André, Tenco, Paoli, Lauzi e Conte.
Il successo arrivò precocemente nel 1959 con la struggente Arrivederci, un brano diventato cult dedicato a un amore maschile. Per questa canzone Bindi si sentì in dovere di fare un drammatico coming out, un gesto azzardato in un’Italia che non solo non capiva, ma condannava apertamente l’omosessualità. L’anno successivo, con il mentore paroliere Giorgio Calabrese, pubblicò Il nostro concerto, una canzone destinata a entrare nella storia della musica italiana.
Il nostro concerto presenta l’introduzione strumentale più lunga della storia del pop italiano: 70 interminabili secondi che mettono a frutto gli studi classici di Bindi al conservatorio. Un azzardo commerciale che si rivelò vincente: il brano raggiunse la prima posizione in classifica e la mantenne per 10 settimane consecutive. Il nostro concerto parla appunto di una relazione sentimentale vissuta come fosse un concerto. C’è un addio, nel testo, ma che non è separazione definitiva, ma solo una breve distanza che si colmerà quando i due innamorati si penseranno reciprocamente. In quel momento, la memoria dell’amore li riporterà vicini.
Testo Il nostro concerto
Sull’eco del concerto
Che insieme ci trovò
Ripeterò ancor la strada
Che mi porta a teOvunque sei, se ascolterai
Accanto a te mi troverai
Vedrai lo sguardo
Che per me parlò
E la mia mano
Che la tua cercòOvunque sei, se ascolterai
Accanto a te mi rivedrai
E troverai un po’ di me
In un concerto dedicato a teOvunque sei, ovunque sei
Dove sarai mi troverai
Vicino a te



