Eugenio Monti è stato uno degli atleti più straordinari nella storia dello sport italiano, un campione di bob capace di conquistare 9 medaglie d’oro ai campionati mondiali e 6 medaglie olimpiche. Nato a Dobbiaco il 23 gennaio 1928 e scomparso a Belluno il 1° dicembre 2003, Monti rappresenta un’icona di talento, determinazione e fair play che ha lasciato un segno indelebile nella disciplina del bob.
Il soprannome “Rosso Volante” gli fu affibbiato dal leggendario giornalista Gianni Brera nel 1947, un’allusione ai suoi capelli rossi e alla grinta che lo caratterizzava sin da giovanissimo. Prima di diventare una leggenda del bob, Monti era infatti una promessa dello sci alpino: trasferitosi con la famiglia a Cortina d’Ampezzo, conseguì i primi successi sportivi nel 1945 durante i campionati studenteschi di sci.
Nel 1949 divenne campione italiano di slalom gigante, titolo che bissò l’anno successivo aggiungendo anche quello di slalom speciale. Si distinse perfino nella discesa libera, battendo Zeno Colò a Chamonix e arrivando secondo per pochi decimi a James Coutett a Mürren. A vent’anni si presentava come una delle migliori promesse dello sci italiano, ma il destino aveva altri piani.
Il 23 gennaio 1951, proprio nel giorno del suo ventitreesimo compleanno, una caduta durante un allenamento al Sestriere gli provocò la rottura dei legamenti del ginocchio. L’anno successivo un secondo grave incidente a Cervinia gli precludeva definitivamente l’attività agonistica sugli sci. Per molti atleti sarebbe stata la fine di una carriera, ma per Monti fu l’inizio di una seconda vita sportiva ancora più luminosa.
Nel 1954 conquistò il suo primo titolo italiano di bob, utilizzando un nuovo modello creato proprio a Cortina d’Ampezzo. Tre anni dopo, nel 1957, in coppia con Renzo Alverà, vinse il primo oro mondiale nel bob a due. Era solo l’inizio di una straordinaria collezione di vittorie: in tutta la sua carriera le medaglie mondiali divennero dieci, di cui nove d’oro, sette delle quali nel bob a due, un record rimasto imbattuto fino al 2021.

All’Olimpiade di Cortina del 1956 vinse due medaglie d’argento, nel due con Renzo Alverà e nel quattro con Ulrico Girardi, Renato Mocellini e nuovamente Alverà. Nel 1960 a Cortina divenne campione mondiale sia nel due che nel quattro, consolidando il suo dominio assoluto nella disciplina.
Ma è alle Olimpiadi di Innsbruck del 1964, in cui fu anche portabandiera, che Eugenio Monti compì il gesto che lo rese immortale, ben oltre le medaglie. Durante la competizione del bob a due, all’equipaggio britannico di Tony Nash e Robin Dixon si ruppe un bullone. Monti, senza esitare, prestò loro il suo. I britannici vinsero la medaglia d’oro, mentre Monti e Sergio Siorpaes conquistarono il bronzo, insieme al bronzo nel bob a quattro con Sergio Siorpaes, Benito Rigoni e Gildo Siorpaes.
Rispondendo alle critiche della stampa italiana, che lo accusava di aver regalato l’oro agli avversari, Monti disse con la semplicità dei grandi campioni: “Nash non ha vinto perché gli ho dato il bullone. Ha vinto perché è andato più veloce”. Quel gesto gli valse il riconoscimento di primo vincitore del Pierre de Coubertin World Trophy, anche se non ricevette mai la medaglia Pierre de Coubertin istituita dal Comitato Olimpico Internazionale nel 1997.
Il Saint Moritz Bobsleigh Club, il primo club di bob della storia, gli dedicò un monumento chiamato “Monti’s bolt” (il bullone di Monti), posto in uscita della curva 4 del celebre tracciato Olympia Bobrun St. Moritz-Celerina, proprio in ricordo di quel gesto di sportività che incarnava lo spirito olimpico. La rivincita arrivò all’Olimpiade di Grenoble del 1968, sulla pista dell’Alpe d’Huez. Lì, ormai quarantenne, Eugenio Monti conquistò finalmente i suoi due ori olimpici, nel bob a due e nel bob a quattro, coronando una carriera leggendaria.

Eugenio Monti era un uomo che aveva vissuto al limite inseguendo la velocità, non solo sul bob ma anche sugli sci e persino in automobile: partecipò a gare di rally e in pista, dimostrando di essere un campione a 360 gradi. Era inseparabile dalla sua Moto Guzzi V7, con cui amava spostarsi da Cortina a Venezia, sentendo il vento e il freddo sul viso, in un’epoca in cui il casco non era ancora obbligatorio.
L’epilogo della sua storia fu però tragico: dopo una serie di tribolazioni in ambito familiare, tra cui la morte del figlio a causa di un’overdose, Eugenio Monti si sparò un colpo di pistola in testa, morendo l’1 dicembre 2003 all’età di 75 anni. La pista di bob di Cortina d’Ampezzo porta oggi il suo nome, un tributo permanente a un uomo che ha incarnato l’eccellenza sportiva italiana. La sua vita, fatta di cadute e rinascite, di vittorie e gesti di fair play, continua a ispirare generazioni di atleti e appassionati. La Rai gli ha dedicato il film tv Rosso Volante, che andrà in onda questa sera su Rai 1, con Giorgio Pasotti nel ruolo del protagonista, per raccontare al grande pubblico la vita di questo campione straordinario.
Eugenio Monti rimane uno degli atleti più titolati nella storia del bob, un esempio di come la sconfitta possa trasformarsi in opportunità e di come la vera grandezza sportiva si misuri non solo con le medaglie, ma con i valori che si incarnano dentro e fuori dalla competizione.



