Evaristo Beccalossi è morto nella notte tra martedì 5 e mercoledì 6 maggio 2026 nella clinica Poliambulanza di Brescia, dove era ricoverato. L’ex centrocampista dell’Inter, una delle bandiere più amate della storia nerazzurra, aveva 69 anni e avrebbe compiuto 70 anni tra pochi giorni, il 12 maggio. Da oltre un anno le sue condizioni di salute erano critiche, dopo un malore accusato in casa nel gennaio 2025 e un lungo periodo di coma durato 47 giorni.
L’Inter, fresca campione d’Italia, ha espresso immediato cordoglio con parole toccanti: “Ci sembra impossibile. Nelle pieghe dei ricordi e nella vita di tutti i giorni, Evaristo era sempre uno di noi. Ineffabile, come i suoi dribbling, unico, come il suo modo di trattare il pallone“.
Nato a Brescia il 12 maggio 1956, Beccalossi aveva iniziato la carriera proprio con il club della sua città. Nel 1978 arrivò il grande salto all’Inter, dove indossò la prestigiosa maglia numero 10, ereditando il peso di nomi leggendari come Mariolino Corso, Luis Suarez e Sandro Mazzola. In nerazzurro collezionò 216 presenze tra campionato e coppe, realizzando 37 reti nell’era Bersellini, dal 1978 al 1984.
Con l’Inter conquistò lo scudetto nella stagione 1979-1980 e la Coppa Italia nel 1981-1982, raggiungendo anche le semifinali di Coppa dei Campioni nel 1980-1981. Ma ciò che lo rese immortale agli occhi della Curva Nord fu una straordinaria doppietta nel derby del 28 ottobre 1979, sotto un diluvio che infradiciava San Siro. Due gol al Milan che aveva appena conquistato la stella, in un match vinto 2-0 che ancora oggi rappresenta uno dei momenti più celebrati della storia interista.
Insieme a Sandro Altobelli formava una coppia degna del soprannome “gemelli del gol”. Come raccontava lo stesso Altobelli: “Vivevamo in simbiosi, mai provato uno schema, eppure ci studiavano per capire i nostri scambi“. Il presidente della Fifa Gianni Infantino, noto tifoso nerazzurro, due mesi fa aveva dichiarato: “Era un dieci che ci faceva sognare, e a volte… beh, faceva cose delle quali non posso parlare“.
Il soprannome “Dribblossi” si deve a Gianni Brera, che lo coniò sottolineando la predisposizione del giocatore per l’eleganza e l’imprevedibilità. Ma Beccalossi è diventato parte della cultura popolare italiana anche grazie al celebre monologo di Paolo Rossi sui due rigori sbagliati in otto minuti durante Inter-Slovan Bratislava del 15 settembre 1982. “Questo pezzo è dedicato a due grandi talenti della cultura mondiale, che han fatto sì che alcuni di noi, se pur perdenti, si ritenessero destinati a una vittoria futura e possibile. Questi due talenti nel campo della cultura, della musica, dell’arte, dell’evoluzione in genere, sono per me Charlie Parker ed Evaristo Beccalossi“, recitava Rossi.
Nel 1984-1985 Beccalossi lasciò Milano per la Sampdoria, con cui vinse un’altra Coppa Italia, prima di passare a Monza e Barletta, dove concluse la carriera nel 1991. Dopo il ritiro non aveva mai lasciato Milano, né il quartiere intorno allo stadio di San Siro, che si vedeva dalla finestra di casa sua.
La sua seconda vita lo vide impegnato come opinionista televisivo e dirigente sportivo. Dopo una breve parentesi in politica con l’Udc, lavorò a lungo con le giovanili e nel 2018 divenne capo delegazione delle giovanili della Federcalcio, contribuendo tre anni fa a riportare l’Under 19 alla conquista degli Europei.
Il calvario di salute era iniziato il 9 gennaio 2025. Come aveva raccontato la moglie Danila, un amico che doveva accompagnarlo a Pavia lo trovò in stato confusionale. La figlia Nagaja si precipitò a casa e decisero di portarlo immediatamente all’ospedale Fondazione Poliambulanza di Brescia. La tac evidenziò un’emorragia cerebrale. Due giorni dopo, Beccalossi entrò in coma.
“È stato il momento più duro perché i medici con lucida onestà ci hanno avvisato: ‘Non sappiamo se arriva a domani’“, aveva raccontato la moglie. Il coma durò 47 giorni. Al risveglio, dopo Pasqua, Beccalossi si rese conto del tempo trascorso: “Era entrato a ridosso delle vacanze di Natale e si era ritrovato a Pasqua“. Seguì un lungo periodo di riabilitazione, fino alla recente ricaduta con il nuovo ricovero che si è concluso con il decesso.
