Il calcio è spesso scenario di imprese epiche, ma raramente una storia di sconfitta ha generato un impatto culturale così profondo come quella della nazionale delle Samoa Americane. La storia ha ispirato il film Chi segna vince, diretto da Taika Waititi, e documenta la trasformazione della squadra ufficialmente considerata per anni la “peggiore del mondo” in un simbolo di orgoglio sportivo e inclusione.
L’origine del mito risale all’aprile del 2001, durante le qualificazioni della zona Oceania per i Mondiali del 2002. In quell’occasione, la nazionale delle Samoa Americane subì una sconfitta storica contro l’Australia con il punteggio di 31-0. Il risultato stabilì il record mondiale ufficiale per la vittoria più larga in un match internazionale di calcio.
Tuttavia, il punteggio non raccontava l’intera verità. La squadra fu costretta a scendere in campo in condizioni d’emergenza: a causa di problemi burocratici legati ai passaporti, la FIFA dichiarò ineleggibili 19 dei 20 membri della squadra principale. L’unico titolare presente era il portiere ventenne Nicky Salapu. Per onorare l’impegno, la federazione dovette schierare la selezione giovanile, composta in gran parte da adolescenti privi di esperienza internazionale, trasformando involontariamente la squadra nello zimbello del calcio mondiale.
La svolta arrivò anni dopo con l’ingaggio dell’allenatore olandese Thomas Rongen. Ex tecnico della nazionale Under-20 degli Stati Uniti, Rongen accettò l’incarico con una sfida apparentemente impossibile: preparare la squadra per le qualificazioni al Mondiale 2014 in soli venti giorni.
A differenza dei suoi predecessori, Rongen adottò un approccio basato sul rispetto della cultura locale. “Non sono andato lì con l’ossessione della vittoria”, ha dichiarato il tecnico in recenti interviste, sottolineando come l’integrazione e la comprensione dei valori samoani siano stati la chiave per conquistare la fiducia dei giocatori. Sotto la sua guida, la squadra ottenne la sua prima storica vittoria battendo Tonga e sfiorando una qualificazione senza precedenti.
Il film e la cronaca reale mettono in luce anche la figura di Jaiyah Saelua, difensore centrale e pioniera dello sport mondiale. Saelua è stata la prima atleta transgender e non binaria a giocare e partire titolare in una partita ufficiale di qualificazione alla Coppa del Mondo FIFA.
Nella cultura samoana, Saelua si identifica come fa’afafine, un terzo genere ampiamente riconosciuto e rispettato. Oggi Jaiyah è un’ambasciatrice FIFA per l’uguaglianza, portando un messaggio di inclusione che supera i confini del campo da gioco. L’attore Kaimana, che la interpreta nella pellicola, ha sottolineato come la rappresentazione dell’identità fa’afafine sia uno degli aspetti più preziosi e autentici dell’intera narrazione.
Sebbene le Samoa Americane non siano riuscite a qualificarsi per le fasi finali del Mondiale, il loro percorso rimane un esempio di come lo sport possa curare le ferite del passato. Come ribadito dal regista Taika Waititi, l’obiettivo non è celebrare la perfezione atletica, ma trasmettere un invito alla felicità e alla capacità di non restare prigionieri dei fallimenti trascorsi.



