Negli ultimi anni gli straordinari traguardi raggiunti da Jannik Sinner e compagni – tra cui spicca ad esempio la recente vittoria di Wimbledon da parte del campione altoatesino e il bellissimo percorso agli US Open, dove ai quarti ci sarà un derby azzurro con Lorenzo Musetti – hanno portato moltissimi italiani a seguire il tennis più assiduamente di quanto non avrebbero fatto in passato, e alcuni persino a seguirlo per la prima volta, prendendo più o meno faticosamente confidenza con le regole di questa disciplina. Tra queste, quella che forse desta più perplessità riguarda il sistema di punteggio: ben diverso dal semplice conteggio 1-2-3, esso si basa su uno schema di “15-30-40”, oltre il quale si gioca per il punto decisivo del game. Ma qual è l’origine di questo sistema così particolare?
Nel tennis moderno, un match si svolge seguendo una struttura gerarchica: punti, game, set. Ogni punto avanza da 15 a 30, poi a 40. Raggiunto il 40, il punto successivo regala il game, ma se i giocatori si trovano in parità a 40-40, entra in scena il “deuce“: serve un vantaggio di due punti consecutivi per chiudere il game, con l'”advantage” che segna il primissimo passo verso la vittoria.
Per conquistare un set, un giocatore deve vincere almeno 6 game, con un margine di due game sull’avversario. Se il punteggio arriva a 6-5, il set continua fino a quando uno dei due non ottiene il doppio vantaggio. Ma c’è un’eccezione: sul 6-6 si gioca quasi sempre un tie-break, un game decisivo che accelera il ritmo e decreta il vincitore del set. La partita è vinta da chi si aggiudica la maggioranza dei set previsti: 2 su 3 nei tornei minori, 3 su 5 nei grandi slam maschili.
Il tennis moderno, o lawn tennis, nasce nel XIX secolo, ma le sue origini risalgono al jeu de paume (in italiano noto come Pallacorda ma letteralmente “gioco di palmo” perché inizialmente non si usavano racchette ma solo il palmo della mano), un gioco praticato in Francia già nel XII secolo. A quell’epoca i nobili si sfidavano in corti al chiuso, e il sistema di punteggio che usavano si è tramandato fino a noi, ma con qualche ritocco.
La teoria più affascinante e popolare a riguardo lega il conteggio – 15, 30, 40 – all’orologio: secondo alcuni storici, i punti venivano segnati su un quadrante immaginario, con ogni punto che faceva avanzare le lancette di un quarto d’ora: 15, 30 e 45 minuti; il vincitore, giunto a 60, si aggiudicava il game.

Ma perché 45 è diventato 40? Forse per semplificare la pronuncia, o per evitare confusione con altri termini; più probabilmente, poiché in caso di parità tra i giocatori l’ultimo “quarto d’ora” non sarebbe bastato a decretare un vincitore, si optò per l’introduzione di un punto aggiuntivo, detto proprio punto di vantaggio, e per la modifica del 45 in un meno definitivo 40.
Un’altra teoria collega il punteggio a un sistema di scommesse: nel jeu de paume i giocatori potevano scommettere sui punti conquistati, aggiudicandosi 15 monete per i primi 2 punti e 10 per il terzo. Il valore di 15, 30 e 40 potrebbe infine riflettere le distanze percorse dai giocatori a ogni punto, come passi di 15 piedi attraverso una metà campo lunga 45.
Qualunque sia la vera origine di questo sistema, esso si è andato radicando nel corso degli anni, diventando un tratto distintivo del tennis anche quando il gioco si è spostato sull’erba di Wimbledon, e resistendo a numerosi tentativi di semplificarne il punteggio. È ormai parte integrante del tennis moderno, e anche la sua natura misteriosa e apparentemente contro-intuitiva contribuisce a rendere questo sport ancora più unico e affascinante.



