Nel mondo degli sport invernali sta spopolando un’abitudine bizzarra: consumare salsa piccante prima di scendere in pista. Non si tratta di una sfida culinaria estrema, ma di una vera e propria strategia adottata da sciatori, snowboarder e persino sollevatori di pesi. Ma perché un atleta dovrebbe “infiammarsi” lo stomaco prima di una gara? La risposta risiede in un mix affascinante di biologia, chimica e sopravvivenza.
Mangiare cibi molto piccanti scatena nel corpo una reazione simile a quella del “combatti o fuggi”. Il cervello, ingannato dal bruciore, rilascia adrenalina e altri ormoni che accelerano il battito cardiaco e aumentano i livelli di ossigeno nel sangue. Per uno sciatore di discesa libera, che deve prendere decisioni in frazioni di secondo a velocità elevate, questo stato di iper-allerta è un vantaggio competitivo enorme: i sensi si affinano e la resistenza fisica aumenta drasticamente.
Oltre alla carica nervosa, la salsa piccante funge da “stufa” naturale. Grazie alle sue proprietà termogeniche, il peperoncino è in grado di innalzare la temperatura corporea, un aiuto non da poco quando ci si trova immersi in climi gelidi. Ma il vero asso nella manica è la capsaicina, il principio attivo del peperoncino. Questa sostanza è nota per le sue proprietà analgesiche e antinfiammatorie; consumarla aiuta gli atleti a lenire il dolore muscolare e a ridurre le infiammazioni alle articolazioni, spesso messe a dura prova dalle sollecitazioni tipiche delle discese.
Esiste anche una ragione molto più pratica. Ad alta quota, la pressione atmosferica ridotta e l’aria secca possono indebolire le nostre papille gustative fino al 30%, proprio come accade quando si mangia in aereo. In questo contesto, i sapori appaiono piatti e poco invitanti. La salsa piccante diventa quindi lo strumento perfetto per “svegliare” il palato e rendere piacevole un pasto che altrimenti risulterebbe insipido.
Attenzione, non scatterà nessuna squalifica! Nonostante i suoi effetti stimolanti, la capsaicina non è inclusa nella lista delle sostanze vietate dalla WADA (Agenzia Mondiale Antidoping). È considerata un alimento comune, quindi gli atleti possono continuare a “infuocare” le loro performance in totale legalità



