Durante un’ intervista nel programma di Rai 2 Belve, che andrà in onda domani sera, l’attore e regista Raz Degan ha parlato apertamente della sua adesione alla brahmacharya, un concetto antico della tradizione filosofica indiana. Le sue dichiarazioni, incentrate sulla moderazione sessuale e sul distacco dai piaceri effimeri, hanno suscitato molta curiosità. Il termine, tuttavia, non è una moda né una scelta eccentrica, ma parte di un sistema millenario di pratiche spirituali.
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Il termine brahmacharya proviene dal sanscrito: brahma indica il principio assoluto, la realtà ultima, mentre charya significa “comportamento” o “condotta”. Tradotto letteralmente, significa “comportarsi in accordo con il Brahman”. Nella tradizione hindu, brahmacharya è uno dei quattro ashrama, cioè le fasi della vita: in particolare, la prima, che riguarda lo studente, il quale si dedica allo studio dei testi sacri sotto la guida di un maestro, rinunciando a distrazioni, in particolare quelle sessuali.
Nella visione yogica e nelle pratiche ascetiche indiane, la brahmacharya è una delle cinque norme etiche fondamentali (yama) secondo gli Yoga Sutra di Patanjali. In questo contesto, non si limita all’astinenza sessuale, ma rappresenta la moderazione in ogni tipo di desiderio sensoriale, con l’obiettivo di conservare l’energia vitale (ojas) e indirizzarla verso la realizzazione spirituale.
Nell’intervista a Belve, Raz Degan ha raccontato di praticare la brahmacharya in chiave personale, come forma di equilibrio interiore, legata anche a un percorso di esplorazione spirituale che include l’ayahuasca e il sesso tantrico. La sua visione si inserisce in una corrente più ampia di interesse occidentale verso le filosofie orientali, spesso reinterpretate in modo sincretico.
In particolare, Degan ha parlato di sesso senza eiaculazione, ovvero senza emissione di sperma.
“È una scelta di disciplina, un percorso di consapevolezza profonda, non di astinenza“.
Nel contesto della brahmacharya, l’eiaculazione non è vista come un atto peccaminoso, ma come una dispersione di energia vitale, chiamata ojas nella filosofia vedica. Secondo i testi tradizionali, questa energia, se conservata, può essere sublimata e utilizzata per accrescere la lucidità mentale, la forza spirituale e la longevità.
Questa idea è presente anche nel tantra, dove la sessualità non è repressa ma praticata in modo consapevole e rituale. Il concetto centrale è che l’uomo può provare piacere sessuale profondo senza raggiungere l’orgasmo eiaculatorio, trasformando l’impulso fisico in estasi meditativa.
Nel tantra, l’eiaculazione è considerata un “picco” che porta alla fine dell’unione, mentre la sua sospensione permette di mantenere l’energia sessuale circolante nel corpo. Questo processo può essere accompagnato da esercizi di respirazione, controllo muscolare (in particolare del muscolo pubococcigeo, noto anche come muscolo PC) e meditazione a due.
L’obiettivo non è la frustrazione del desiderio, ma la trasformazione del desiderio in energia spirituale. La donna, nel contesto tantrico, non è oggetto di piacere, ma parte attiva e cosciente di una danza sacra.
Nel contesto moderno, la brahmacharya viene talvolta adottata da chi desidera ridurre la dipendenza da stimoli esterni — in particolare quelli sessuali — per riconnettersi a sé stessi. Può essere intesa come una forma di sobrietà spirituale, non necessariamente legata al celibato assoluto, ma alla capacità di vivere la sessualità in modo consapevole e non compulsivo.
Il Mahatma Gandhi fu uno dei più noti sostenitori della brahmacharya nel Novecento. Per lui, l’astinenza sessuale era una via per rafforzare la volontà e purificare il pensiero. In epoca antica, anche i sādhu, gli asceti itineranti indiani, praticavano la brahmacharya come rinuncia ai desideri terreni per perseguire la liberazione (moksha).



