C’era un tempo, nei primi anni Settanta, in cui la ginnastica artistica sembrava più vicina a un’elegante danza che a uno sport acrobatico. Poi arrivò lei, Olga Korbut, minuta atleta bielorussa dal sorriso magnetico. Alle Olimpiadi di Monaco 1972, la sua performance cambia per sempre il modo di interpretare la ginnastica. Il suo nome resta inciso nella storia non solo per le medaglie conquistate, ma soprattutto per un gesto che ruppe gli schemi: il cosiddetto Korbut Flip, il salto fuorilegge.
Era il l’agosto 1972. Sul palco della competizione olimpica, davanti a milioni di telespettatori, la giovane ginnasta, di lì a poco ribattezzata dai media esteri “darling of Munich”, la beniamina di Monaco, esegue qualcosa che nessuno ha mai visto. Dal bilanciere alto delle parallele asimmetriche si lancia all’indietro, compiendo una capriola con le mani che si staccavano completamente dall’attrezzo. Un istante sospesa nel vuoto, poi la presa fulminea della barra. Il pubblico rimane senza fiato, gli arbitri si guardano perplessi, e gli avversari capiscono che niente sarebbe stato più come prima.
Quel salto non era previsto dal codice dei punteggi, non esisteva nella fantasia dei giudici né nella prudenza degli allenatori. Si è trattato di un atto di rottura, un’eresia sportiva che però porta con sé un’innovazione destinata a spostare il confine tra possibile e impossibile. Per un attimo, la ginnastica artistica smette di essere soltanto grazia e controllo e diventa audacia pura, spettacolo che strizza l’occhio al circo e all’adrenalina.
Korbut, però, non inventa soltanto una nuova figura tecnica ma apre la strada a un’epoca in cui la ginnastica sarebbe diventata sempre più acrobatica, spettacolare, estrema. Ma il suo flip non sopravvive a lungo. L’elemento viene presto giudicato troppo pericoloso dalla federazione internazionale e bandito dal regolamento. Da qui il soprannome di salto fuorilegge, ossia un gesto che, paradossalmente, l’ha resa immortale proprio perché proibito.



