Qualche giorno fa, in Danimarca, Ivana Nikoline Brønlund, una ragazza di 18 anni di origini groenlandesi, ha visto la sua bambina appena nata portata via dalle autorità dopo solo un’ora dal parto. Il motivo? Un test psicologico aveva stabilito che non era “idonea” a fare la madre. La questione diventa ancora più controversa quando si scopre che la Danimarca aveva introdotto a maggio 2025 una legge che vieta proprio l’uso di questi test sulle persone di origine groenlandese. Nonostante questo divieto, il test è stato comunque applicato, scatenando proteste e indignazione.
Ma cos’è il test di idoneità o competenza genitoriale? Si tratta di un esame psicologico che viene usato per valutare se una persona è capace di crescere un figlio. Questo tipo di valutazione si applica in situazioni considerate complesse come adozioni, affidamenti o separazioni tra genitori.
Il test esamina diverse capacità del futuro genitore: come riesce a soddisfare i bisogni fisici del bambino (nutrirlo, tenerlo pulito, proteggerlo), se è in grado di favorire il suo sviluppo mentale ed emotivo, e se può garantire la sua sicurezza.
Tuttavia, nel caso della giovane madre danese, gli esperti hanno dato un giudizio negativo ancora prima che la bambina nascesse, basandosi sui traumi che la ragazza aveva subito da piccola dal suo padre adottivo. Non hanno nemmeno aspettato di vedere come si sarebbe comportata realmente con sua figlia.

Uno dei maggiori problemi di questi test, applicati a persone che provengono da culture diverse da chi li redige, possono portare a risultati sbagliati. L’educazione di un figlio, infatti, riflette anche il contesto sociale e culturale delle famiglie. Quello che può sembrare sbagliato secondo una cultura, potrebbe essere normale in un’altra. Anche la lingua gioca un ruolo importante: se una persona non parla bene la lingua in cui viene fatto il test, potrebbe essere penalizzata ingiustamente.
Nel caso della giovane inuit (popolo indigeno dell’Artico che vive in Groenlandia, Canada settentrionale e Alaska), il fatto che appartenesse a una minoranza etnica potrebbe aver influenzato negativamente la valutazione, nonostante la legge dovesse proteggerla proprio da questo tipo di discriminazione.
In Italia non esistono test formali come quello danese, ma vengono comunque fatte delle valutazioni quando necessario. La differenza principale è che in Italia si usa un approccio più completo e attento. Invece di affidarsi a un singolo test, vengono coinvolti più professionisti: psicologi, assistenti sociali, medici pediatri.
Questi specialisti osservano la famiglia nella sua casa, parlano con i genitori, vedono come interagiscono con i figli. È un processo più lungo e articolato, che cerca di avere un quadro completo della situazione prima di prendere decisioni così importanti. Il rischi, infatti, che i bambini possano essere separati ingiustamente dai loro genitori, creando drammi e fratture che difficilmente (o pagando un prezzo altissimo) si potranno ricomporre.



