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Home » Attualità » Addio a Jane Goodall, la donna che parlava agli scimpanzé e cambiò per sempre la scienza

Addio a Jane Goodall, la donna che parlava agli scimpanzé e cambiò per sempre la scienza

L'etologa britannica Jane Goodall è morta a 91 anni. Rivoluzionò lo studio degli scimpanzé e dell'antropologia.
Francesca FiorentinoDi Francesca Fiorentino2 Ottobre 2025Aggiornato:2 Ottobre 2025
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Jane Goodall con uno scimpanzé
Jane Goodall con uno scimpanzé (fonte: Vox)

Si è spenta a Los Angeles, all’età di 91 anni, Dame Valerie Jane Morris-Goodall, conosciuta in tutto il mondo come Jane Goodall, l’etologa e antropologa britannica che ha rivoluzionato la nostra comprensione dei primati e ridefinito i confini tra l’essere umano e il regno animale. La sua morte, avvenuta il 1° ottobre 2025, segna la fine di un’era per la primatologia mondiale e per l’attivismo ambientalista.

 

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Nata a Londra il 3 aprile 1934, Jane Goodall ha dedicato oltre sei decenni della sua vita allo studio degli scimpanzé del Parco nazionale del Gombe Stream in Tanzania, una ricerca iniziata nel 1960 che avrebbe cambiato per sempre il modo in cui concepiamo i nostri parenti più stretti nel regno animale. La sua storia scientifica comincia in modo quasi romanzesco. Nel 1957, spinta da una passione per l’Africa coltivata fin dall’infanzia, parte per il Kenya dove trova lavoro come segretaria. È qui che incontra il celebre paleoantropologo Louis Leakey che, insieme alla moglie Mary Leakey, intuisce il potenziale di quella giovane donna senza formazione accademica ma con uno sguardo unico sugli animali.

La domanda di ricerca che Leakey pose a Goodall era pionieristica e profondamente darwiniana: comprendere il comportamento degli scimpanzé nel loro ambiente naturale per cogliere analogie e differenze con gli esseri umani, considerando che condividiamo con loro un antenato comune vissuto in Africa circa sei milioni di anni fa. Nel 1960, accompagnata dalla madre Vanne – la cui presenza si rese necessaria per rispondere alle preoccupazioni istituzionali sulla sicurezza di una giovane donna sola nella foresta – Goodall si stabilì presso l’allora Gombe Stream Chimpanzee Reserve.

Ciò che rese rivoluzionario il suo approccio fu il coraggio di infrangere le convenzioni scientifiche dell’epoca. In un tempo in cui gli animali studiati venivano identificati con codici alfanumerici per mantenere il distacco scientifico, Goodall scelse di dare nomi ai suoi scimpanzé: David Greybeard, Fifi, e tanti altri. Questa scelta, considerata eretica dalla comunità scientifica maschile che dominava il campo, nasceva dalla convinzione che ogni scimpanzé possedesse una personalità unica e individuale, un’idea oggi patrimonio comune ma rivoluzionaria negli anni Sessanta.

Con la pazienza certosina della naturalista e la sensibilità di chi sa ascoltare, Goodall si fece accogliere dagli scimpanzé, che impararono a tollerare la sua presenza discreta. Fu così che documentò scene memorabili destinate a entrare nella storia della scienza: scimpanzé che selezionavano con attenzione ramoscelli, li liberavano dalle foglie e li usavano per pescare termiti dai loro nidi. Era la dimostrazione inconfutabile dell’uso intenzionale di strumenti, di una tecnica imparata e trasmessa. In una parola: cultura. Una cultura non umana.

Ben prima che si calcolasse la stretta parentela genetica tra esseri umani e scimpanzé – che supera il 98 per cento – Jane Goodall aveva compreso che quella cuginanza evolutiva era innanzitutto sociale e comportamentale. Documentò complesse relazioni familiari e gerarchiche, spulciamenti, smorfie, posture, giochi, abbracci, vocalizzi, alleanze, amicizie e conflitti. Ma senza alcuna idealizzazione romantica: osservò anche scimpanzé cacciare con ferocia e determinazione strategica altri piccoli primati, registrò lotte brutali tra maschi per il potere, infanticidio e cannibalismo.

Il percorso accademico di Goodall fu altrettanto non convenzionale. Nel 1962, pur non avendo una laurea, Leakey la inviò all’Università di Cambridge, dove divenne l’ottava persona nella storia alla quale fu permesso di studiare per un dottorato senza aver prima ottenuto una laurea triennale. La sua tesi, completata nel 1965 sotto la supervisione di Robert Hinde e intitolata “Behaviour of free-living chimpanzees”, era incentrata sui primi cinque anni di studi a Gombe. In seguito, numerosissime università nel mondo le hanno conferito dottorati honoris causa, riconoscendo il suo contributo straordinario alla scienza.

Nella sua vita privata, Goodall si sposò due volte: prima nel 1964 con il fotografo naturalista Hugo van Lawick, dal quale divorziò nel 1974, poi con il biologo Derek Bryceson, membro del parlamento della Tanzania e direttore dei parchi nazionali del paese, matrimonio terminato con la morte di lui nel 1980. Ha sempre riconosciuto il ruolo fondamentale della madre Vanne, il cui incoraggiamento costante fu determinante per permetterle di perseguire una carriera in un campo all’epoca dominato esclusivamente dagli uomini.

Nel 1977 fondò l’Istituto Jane Goodall, oggi presente in 25 paesi nel mondo inclusa l’Italia, dedicato alla ricerca, all’educazione e alla conservazione delle grandi scimmie antropomorfe. Nel 1991 diede vita al programma Roots and Shoots (Radici e Germogli), un’iniziativa di educazione alla sostenibilità rivolta ai giovani, dalle scuole materne all’università, per promuovere l’impegno civico nelle proprie comunità.

Prima vegetariana e poi vegana convinta e acerrima nemica degli allevamenti intensivi, Jane Goodall è stata una fervente sostenitrice di cause ambientaliste e umanitarie. Per il suo impegno scientifico, politico e sociale ha ricevuto innumerevoli riconoscimenti: la Medaglia della Tanzania, il prestigioso Premio di Kyoto, la Medaglia Benjamin Franklin per le scienze della vita, il Premio Gandhi-King per la nonviolenza. Nel 2002 Kofi Annan la nominò Messaggero di Pace delle Nazioni Unite, e nel 2011 ricevette il titolo di Grande Ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana.

 

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