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Home » Attualità » “Mio fratello moriva di giustizia”: Ilaria Cucchi all’ospedale “Pertini” sedici anni dopo quel terribile 22 ottobre

“Mio fratello moriva di giustizia”: Ilaria Cucchi all’ospedale “Pertini” sedici anni dopo quel terribile 22 ottobre

Ilaria Cucchi evidenzia le condizioni critiche nelle celle, carenza di personale e nessun miglioramento nel sistema carcerario.
Tiziana MorgantiDi Tiziana Morganti22 Ottobre 2025
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Ilaria Cucchi con il fratello Stefano e i genitori
Ilaria Cucchi con il fratello Stefano e i genitori (fonte: Pagina Facebook ufficiale Ilaria Cucchi)

Sedici anni dopo la morte di Stefano Cucchi, sua sorella Ilaria è tornata nel luogo che ha segnato per sempre la storia della sua famiglia: il reparto protetto dell’ospedale Sandro Pertini di Roma, dove il giovane è stato ricoverato ed è morto il 22 ottobre 2009. Un ritorno carico di emozioni e di significati, nel giorno dell’anniversario che ancora oggi rappresenta una ferita aperta nella coscienza collettiva italiana.

Mio fratello Stefano Cucchi 16 anni fa moriva di carcere sì, ma anche di giustizia. Sedici anni fa, più o meno a quest’ora, io e i miei genitori venivamo accolti esattamente qui di fronte all’entrata della struttura protetta dell’ospedale Pertini e sotto la pioggia ci veniva detto che Stefano era morto.

 

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Un post condiviso da Ilaria Cucchi (@ilariacucchiofficial)

Questa è una parte del racconto con cui Ilaria Cucchi ha descritto il momento in cui la sua vita e quella della sua famiglia sono cambiate per sempre. Nonostante il dolore, però, ha voluto riconoscere il lavoro di chi ha permesso che la verità emergesse:

A distanza di 16 anni è però evidente quanto la giustizia sia arrivata anche per lui. La giustizia è fatta dalle persone e in questo momento voglio dire il mio grazie ai magistrati Giovanni Musarò e Giuseppe Pignatone, all’avvocato Fabio Anselmo e a tutti coloro che hanno fatto in modo che per Stefano ci fosse giustizia. E non solo per la sua uccisione ma per qualcosa che io ritengo se possibile più grave, i cosiddetti depistaggi che hanno impedito per anni alla mia famiglia di conoscere la verità.

La visita al reparto protetto, però, ha rivelato una realtà che conferma quanto poco sia cambiato nel sistema penitenziario e sanitario italiano. Le condizioni, infatti, sono apparse critiche con carenza di personale che spesso si sente inadeguato al ruolo importante che gli viene conferito, celle singole per i detenuti chiuse ventiquattro ore su ventiquattro. La testimonianza, poi, si fa ancora più dura quando descrive le condizioni di vita:

Non hanno momenti di convivialità, non hanno spazi comuni, non possono camminare nemmeno nei corridoi. Quindi in un certo senso qui dentro vivono addirittura peggio che nelle strutture carcerarie. Quello che fa male è pensare che sebbene in tutti questi anni sembrava di aver fatto enormi passi avanti, in realtà guardandosi indietro poco o niente è cambiato, anzi forse la situazione è destinata a peggiorare.

Nonostante la denuncia severa, però, Ilaria Cucchi ha voluto esprimere riconoscenza verso chi lavora quotidianamente in queste condizioni difficili, proponendo anche delle soluzioni pratiche e necessarie:

Servono nuove assunzioni, serve formazione, serve che queste realtà escano fuori, che siano aperte in modo che in qualche modo si risveglino le coscienze. Questa è l’unica strada. Finché questi rimarranno luoghi chiusi nulla potrà cambiare.

La storia di Stefano Cucchi, dunque, continua a interrogare la società italiana sulla qualità della giustizia, sulle condizioni detentive e sul rispetto della dignità umana, anche a sedici anni di distanza da quella tragica giornata di ottobre del 2009.

 

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