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Home » Cultura » Storia » Marcia su Roma tra nostalgia e storia: cosa successe quel 28 ottobre 1922 quando il re cedette a Mussolini?

Marcia su Roma tra nostalgia e storia: cosa successe quel 28 ottobre 1922 quando il re cedette a Mussolini?

Il 28 ottobre 1922 migliaia di fascisti marciarono su Roma costringendo Vittorio Emanuele III a dare il potere a Mussolini. Cosa portò a quell'evento?
Francesca FiorentinoDi Francesca Fiorentino28 Ottobre 2025
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Un momento della marcia su Roma
Un momento della marcia su Roma (fonte: Pubblico dominio)

Ieri mattina, al cimitero di San Cassiano (Predappio), circa 30 persone hanno eseguito il saluto romano davanti alla cripta di Benito Mussolini, al termine della commemorazione della Marcia su Roma. La Digos ha identificato i responsabili; la Procura valuterà la loro posizione. La Questura di Forlì sta inoltre identificando gli altri partecipanti (diverse decine, oltre i 30) tramite i filmati delle telecamere. Ma di cosa parliamo quando parliamo di Marcia su Roma? Il 28 ottobre 1922 migliaia di fascisti si diressero verso la capitale italiana in quella che è passata alla storia come una manifestazione armata eversiva che segnò un punto di svolta nella storia del Paese. L’evento si concluse il 30 ottobre, quando re Vittorio Emanuele III incaricò Benito Mussolini di formare un nuovo governo, aprendo le porte a oltre vent’anni di dittatura fascista.

Quella che il regime avrebbe poi celebrato come l’inizio della “rivoluzione fascista” fu in realtà una complessa operazione politica e militare, condotta attraverso la minaccia della violenza più che con un’effettiva conquista armata della capitale. L’anniversario della marcia divenne successivamente il punto di riferimento per il conto degli anni secondo l’era fascista, trasformando una specie di assurdo mito fondativo del regime come ben racconta la serie di Sky M – Il figlio del secolo.

Luca Marinelli è un Benito Mussolini con il fez
Luca Marinelli è un Benito Mussolini con il fez (fonte: Ufficio stampa Sky)

Per comprendere come sia stato possibile questo evento, è necessario analizzare il contesto storico dell’Italia post-bellica, caratterizzato da tensioni sociali, violenze politiche e una crescente crisi delle istituzioni liberali.

Il clima di instabilità politica aveva radici profonde. Già durante la Prima Guerra Mondiale erano emersi forti segnali di distacco da parte di esponenti dell’esercito nei confronti dei rappresentanti dello Stato liberale, giudicati inadeguati. Nel giugno 1919 circolarono notizie di un complotto per un colpo di stato organizzato da nazionalisti, arditi ed ex combattenti, con il probabile coinvolgimento dello stesso Mussolini e il finanziamento di industriali del Nord Italia.

A settembre dello stesso anno, le voci eversive si concretizzarono nell’occupazione di Fiume da parte di reparti insubordinati del Regio Esercito guidati da Gabriele D’Annunzio (legato alla marcia da un aneddoto grottesco). Il presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti, in un discorso alla Camera del 13 settembre 1919, espresse tutta la sua amarezza: “Il soldato che rompe la disciplina, sia pure per alti fini, è contro la patria“. Era la prima volta che la sedizione entrava nell’esercito italiano, segnando una pericolosa frattura istituzionale.

Il dopoguerra italiano fu caratterizzato da una profonda crisi economica e sociale. La povertà e il disagio diffuso portarono a un’ondata senza precedenti di scioperi e agitazioni, con occupazioni di terre e fabbriche. Nel biennio 1919-1920 si registrò il picco storico di scioperanti-giorni, testimonianza di un Paese sull’orlo della paralisi sociale.

In questo contesto esplosivo si inserirono le violenze fasciste, iniziate l’11 gennaio 1919 con la contestazione di un comizio di Leonida Bissolati e proseguite nell’aprile dello stesso anno con l’incendio della sede milanese del quotidiano socialista Avanti. Dopo una pausa seguita ai modesti risultati elettorali del novembre 1919, l’attività squadrista riprese con rinnovato vigore nell’estate del 1920.

Le elezioni amministrative del 1920 videro un successo significativo delle forze socialiste e repubblicane, che conquistarono quasi un quarto dei comuni italiani. In Emilia-Romagna ben 215 comuni su 329 finirono sotto amministrazione socialista, mentre in Toscana furono 151 su 290. Questo risultato allarmò le classi possidenti e i proprietari terrieri, che videro negli squadristi fascisti uno strumento utile per contrastare l’avanzata delle sinistre.

Si creò così un blocco antisocialista che godette dell’indulgenza, quando non di un effettivo sostegno, da parte di elementi dell’amministrazione statale e del mondo militare. Gli squadristi si misero al servizio degli interessi agrari contro gli scioperanti e degli industriali durante l’occupazione delle fabbriche, agendo con una violenza sistematica e organizzata.

Nell’ottobre 1922 la situazione politica italiana era ormai giunta a un punto di rottura. Il governo guidato da Luigi Facta appariva debole e incapace di gestire la crescente pressione fascista. Mussolini e i quadrumviri del Partito Nazionale Fascista – Emilio De Bono, Italo Balbo, Cesare Maria De Vecchi e Michele Bianchi – prepararono accuratamente quella che sarebbe stata presentata come una marcia trionfale verso la capitale.

Il 27 ottobre iniziarono le operazioni: colonne di camicie nere si misero in marcia da diverse parti d’Italia convergendo verso Roma. Il giorno successivo, il 28 ottobre, migliaia di fascisti avanzarono verso la capitale minacciando la presa del potere con la forza. Il governo Facta preparò un decreto per dichiarare lo stato d’assedio, ma qui si verificò il passaggio cruciale che avrebbe cambiato la storia italiana.

Re Vittorio Emanuele III rifiutò di firmare il decreto per lo stato d’assedio, una decisione che ancora oggi alimenta dibattiti storiografici. Le ragioni di questo rifiuto furono molteplici: il timore di una guerra civile, le pressioni di ambienti militari e industriali favorevoli al fascismo, la speranza di poter controllare Mussolini inserendolo in un governo di coalizione. Qualunque fosse la motivazione reale, questa scelta del sovrano risultò determinante.

Il 30 ottobre Vittorio Emanuele III incaricò formalmente Mussolini di formare un nuovo governo. Il leader fascista, che aveva prudentemente atteso gli sviluppi a Milano, poté così raggiungere Roma in treno per ricevere l’incarico dal re. Solo successivamente arrivarono le colonne dei fascisti, che sfilarono nella capitale in quella che venne trasformata dalla propaganda in una vittoriosa conquista militare.

Gli scontri durante la marcia causarono vittime: secondo alcune fonti, persero la vita 27 camicie nere, 24 antifascisti, 2 carabinieri e una guardia regia.

Oggi, quell’evento che rappresentò un momento spartiacque per la storia d’Italia è ancora radicato nella memoria collettiva dei militanti fascisti e di estrema destra come testimoniano i fatti delle ultime ore.

 

 

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