Dopo il via libera definitivo del Senato con 112 voti favorevoli, la riforma costituzionale che introduce la separazione delle carriere dei magistrati si avvia verso il referendum confermativo. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha già annunciato che il governo intende convocare la consultazione popolare tra metà marzo e metà aprile, aprendo una nuova fase di confronto politico su uno dei temi più divisivi della giustizia italiana.
La riforma approvata dal Parlamento prevede che giudici e pubblici ministeri, attualmente parte dello stesso corpo della magistratura, vengano separati in due carriere distinte. Si tratta di un cambiamento costituzionale che modifica l’assetto della giustizia italiana e che richiede il passaggio attraverso il voto popolare, dopo che la Camera nel suo secondo via libera del 18 settembre non aveva raggiunto la maggioranza dei due terzi necessaria per evitare il referendum.

La tempistica per arrivare al voto è regolata dalla legge 352 del 1970. Dopo la pubblicazione della riforma in Gazzetta Ufficiale, ci sono tre mesi per raccogliere le firme necessarie a richiedere il referendum. Queste possono provenire da tre fonti: un quinto dei membri di una Camera (80 deputati su 400 o 41 senatori su 205), 500mila cittadini oppure cinque Consigli regionali. La maggioranza ha già annunciato che percorrerà la strada più rapida, raccogliendo le firme tra i parlamentari, anche se non esclude di rafforzare la campagna successivamente con le altre modalità.
Una volta depositate le firme in Cassazione, questa ha 30 giorni per dare il via libera, che viene immediatamente comunicato al Governo e ai presidenti delle Camere. A quel punto il Presidente della Repubblica, su deliberazione del Consiglio dei ministri, convoca entro 60 giorni il referendum, che deve svolgersi tra il 50° e il 70° giorno successivo al decreto di indizione. I tempi sono elastici, ma l’orientamento dell’esecutivo è chiaro: votare in primavera.
Il referendum costituzionale confermativo è uno strumento di democrazia diretta previsto dall’articolo 138 della Costituzione italiana. A differenza del più conosciuto referendum abrogativo, presenta caratteristiche specifiche che lo rendono particolare. Si vota sì per approvare definitivamente la riforma costituzionale, no per respingerla. Il voto riguarda l’intera legge costituzionale, non singoli articoli.
L’elemento più significativo, però, riguarda il quorum: non è prevista alcuna soglia minima di partecipazione. Il risultato è valido qualunque sia il numero dei votanti e la legge è approvata se la maggioranza dei voti validi espressi è favorevole. Questa caratteristica lo distingue nettamente dai referendum abrogativi, dove serve che voti almeno la metà più uno degli aventi diritto. Se vince il sì, la legge costituzionale viene promulgata ed entra in vigore. Se vince il no, la legge non entra in vigore e decade.
Sul fronte politico, gli schieramenti sono già delineati. La maggioranza di governo è compatta per la conferma della legge attraverso il referendum. Forza Italia, in particolare, si è mossa per prima . Gli azzurri, infatti, hanno già individuato i referenti dei comitati referendari per il sì come il deputato Enrico Costa e il senatore Pierantonio Zanettin. Anche Azione di Carlo Calenda, però, si è dichiarata favorevole alla riforma.
Dall’altra parte, l’opposizione ha manifestato la propria contrarietà in modo eclatante. Subito dopo il voto finale al Senato, i rappresentanti delle opposizioni hanno protestato in Aula esponendo cartelli con la scritta “No ai pieni poteri”, segnalando una campagna referendaria che si preannuncia accesa e polarizzata.
Secondo i dati attuali, solo il 5% dei magistrati cambia funzioni durante la carriera, passando da giudice a pubblico ministero o viceversa. La riforma renderebbe questa mobilità impossibile fin dall’inizio, obbligando a scegliere una delle due carriere al momento dell’ingresso in magistratura. I sostenitori della separazione sostengono che garantirà maggiore imparzialità e un processo più giusto. I contrari temono uno squilibrio di poteri e un indebolimento dell’autonomia della magistratura.



