Con 243 sì e 109 no la Camera ha dato il via libera, in terza lettura, al ddl sulla separazione delle carriere in magistratura. Ora la riforma della giustizia dovrà scontare l’ultimo passaggio parlamentare, il quarto, in Senato. E, non essendo stata raggiunta la maggioranza dei due terzi ci sarà un referendum confermativo. Ma di cosa parliamo quando parliamo di separazione delle carriere? Oggi in Italia i magistrati fanno tutti lo stesso concorso per diventare giudici. Una volta dentro, possono scegliere (o essere assegnati) a due ruoli diversi: pubblici ministeri (PM) che fanno le indagini e sostengono l’accusa nei processi penali. E i giudici che decidono se una persona è colpevole o innocente.
La riforma vuole che questi due mestieri diventino completamente separati sin dall’inizio: chi vuole fare il PM dovrà partecipare a un concorso diverso da chi vuole fare il giudice, e non potrà mai cambiare ruolo durante la carriera.
Attualmente i magistrati appartengono tutti alla stessa “famiglia professionale” e possono passare da PM a giudice (o viceversa), anche se negli ultimi anni questo cambio è diventato molto raro. Dal 2011 al 2016 solo lo 0,21% dei PM ha chiesto di diventare giudice, e solo lo 0,83% dei giudici ha chiesto di diventare PM.
Il passaggio è già molto complicato: bisogna aspettare almeno 5 anni, superare un esame, e spesso cambiare città o addirittura regione. Con la riforma Cartabia del 2022 si può cambiare solo una volta in carriera nei primi 10 anni di lavoro.
Chi sostiene la separazione delle carriere è convinto che il giudice possa essere più favorevole al PM in virtù dell’appartenenza alla stessa categoria. Tuttavia, le statistiche mostrano che in primo grado il 50% dei processi finisce con un’assoluzione, il che smentisce l’idea che i giudici siano “di parte”.
Chi è contrario alla separazione spiega che avere una formazione comune è utile perché:
- il PM impara a ragionare come un giudice e quindi presenta solo accuse solide;
- il PM non è un “avvocato dell’accusa” ma deve cercare la verità, anche a favore dell’accusato;
- se non trova prove sufficienti, il PM deve chiedere l’archiviazione o l’assoluzione.
In pratica, un PM formato come un giudice è più attento a rispettare le regole.

Il tema nasconde questioni più grandi. Molti esperti temono che separare le carriere sia il primo passo per sottomettere i PM al governo di turno. Il rischio è che in futuro i governi possano decidere su quali indagini puntare e quali no, a seconda della convenienza politica.
Come dicono i costituzionalisti: “Le Costituzioni sono regole che ci diamo da sobri, per quando potremmo non esserlo più“. Significa che bisogna stare attenti a cambiare le regole fondamentali, perché i governi passano ma la Costituzione resta.
La riforma del governo Meloni, approvata in prima lettura alla Camera il 16 gennaio 2025 e al Senato il 22 luglio, prevede tre cambiamenti principali:
- Due concorsi separati: PM e giudici faranno concorsi diversi e non potranno mai cambiare ruolo.
- Due Consigli superiori della magistratura: invece di un unico CSM che governa tutti i magistrati, ce ne saranno due separati (uno per i PM, uno per i giudici). I membri saranno scelti con sorteggi invece che con elezioni.
- Una nuova Corte disciplinare: i procedimenti disciplinari contro i magistrati che sbagliano non li farà più il CSM, ma una nuova Corte di 15 giudici.
Essendo una riforma costituzionale, deve essere approvata due volte da Camera e Senato. Dopo il quarto passaggio parlamentare, se non c’è una maggioranza dei due terzi, si dovrà, come detto, fare un referendum per far decidere ai cittadini.



