Salvatore Cuffaro, universalmente conosciuto come Totò, è un politico siciliano nato a Raffadali il 21 febbraio 1958. La sua carriera politica, caratterizzata da successi elettorali straordinari e da vicende giudiziarie che hanno segnato la storia recente della Sicilia, torna oggi sotto i riflettori con una nuova inchiesta che lo vede coinvolto insieme ad altre 17 persone.
Laureato in medicina e chirurgia nel 1982 con 110 e lode presso l’Università degli Studi di Palermo, Cuffaro ha poi conseguito la specializzazione in Radiologia nel 1987. La sua militanza politica inizia giovanissimo nella Democrazia Cristiana, di cui diventa delegato regionale del movimento giovanile. Nel 1980 viene eletto consigliere comunale di Raffadali, nel 1990 consigliere comunale di Palermo come secondo degli eletti dopo Leoluca Orlando, e nel 1991 approda all’Assemblea Regionale Siciliana con quasi 80mila voti di preferenza.
Il 17 luglio 2001 Cuffaro raggiunge l’apice della sua carriera politica diventando presidente della Regione Siciliana, carica che ricoprirà fino al gennaio 2008. Durante il suo mandato, però, iniziano le vicende giudiziarie che segneranno indelebilmente la sua biografia politica e personale.
Tutto ha inizio il 5 novembre 2003 con la scoperta di una rete di spionaggio negli uffici della Procura di Palermo. La rete, che fa capo al ras della sanità privata Michele Aiello, considerato prestanome di Bernardo Provenzano, si regge su due “talpe” insospettabili: Giorgio Riolo, sottufficiale del Ros dei carabinieri, e Giuseppe Ciuro della Dia. Grazie a loro, secondo l’accusa, Cuffaro avrebbe passato informazioni riservate che, dopo vari passaggi, sarebbero arrivate al boss di Brancaccio Giuseppe Guttadauro, medico all’ospedale Civico.
Il 2 novembre 2004 Cuffaro viene rinviato a giudizio per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra. Il 18 gennaio 2008 arriva la condanna in primo grado a 5 anni di reclusione per rivelazione di segreto d’ufficio, ma senza l’aggravante del favoreggiamento della mafia. I pubblici ministeri sono Maurizio de Lucia, attuale procuratore di Palermo, e Michele Prestipino. Nonostante la condanna, Cuffaro annuncia che non si dimetterà dalla presidenza della Regione, dove era stato rieletto nel 2006.
La situazione precipita quando viene diffusa un’immagine che lo ritrae con un vassoio di cannoli siciliani, interpretata come un festeggiamento della sentenza. Lui nega, ma la polemica lo travolge e il 26 gennaio 2008 è costretto alle dimissioni dalla presidenza della Regione Siciliana.

Il 23 gennaio 2010 la Corte d’appello di Palermo riconosce l’aggravante del favoreggiamento di Cosa nostra e condanna Cuffaro a 7 anni di reclusione; la sentenza diventa definitiva il 22 gennaio 2011. Nel giugno 2012 ottiene un’importante assoluzione: viene prosciolto dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa per cui erano stati chiesti 13 anni di carcere. La formula utilizzata è il ne bis in idem, poiché i reati contestati erano sostanzialmente uguali a quelli per cui era già stato condannato.
Il 13 dicembre 2015, dopo 4 anni e 11 mesi di detenzione, Cuffaro torna in libertà. “Oggi posso dire di aver superato il carcere. Nella mia coscienza sono innocente. Ho fatto degli errori, non mi voglio nascondere. Io li ho pagati, altri no. Ora credo di avere il diritto di ricominciare”, dichiara ai cronisti che lo attendono fuori dal penitenziario di Rebibbia.
Nell’ottobre 2022 Cuffaro ottiene la riabilitazione dal Tribunale di Sorveglianza, anche se inizialmente rimane la pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici a causa della legge “Spazzacorrotti”, che impone una revisione dopo sette anni. Questa interdizione gli preclude non solo di candidarsi e ricoprire incarichi istituzionali, ma anche di esercitare la professione di medico.
Nel 2023 viene accolto il ricorso della difesa che ritiene errato applicare la “Spazzacorrotti” retroattivamente. I giudici riconoscono all’ex governatore la piena riabilitazione, sottolineando “una pluralità di elementi sintomatici del recupero del soggetto ad un corretto modello di vita”. Il Tribunale evidenzia le sue parole pubbliche contro la mafia (“La mafia fa schifo”), il volontariato per i detenuti, la raccolta fondi per il Burundi, i ricavi dei romanzi donati in beneficenza, l’impegno politico nella Democrazia Cristiana e le donazioni al “Centro padre Nostro” fondato da don Pino Puglisi.
Cuffaro ha pagato tutte le spese processuali, quelle per il mantenimento in carcere e i 150mila euro per il danno di immagine subito dalla Regione Siciliana, come stabilito dalla Corte dei Conti. Tornato alla politica attiva, diventa segretario nazionale della Nuova Democrazia Cristiana e dal 2023 segretario della Democrazia Cristiana Sicilia.
Oggi, 4 novembre 2025, la sua storia torna prepotentemente sulle cronache giudiziarie. La Procura di Palermo, coordinata da Maurizio de Lucia, chiede gli arresti domiciliari per Cuffaro e altre 18 persone nell’ambito di un’inchiesta su appalti truccati nella sanità siciliana. Le accuse sono di corruzione, associazione a delinquere e turbativa d’asta.
Tra gli indagati figurano anche Saverio Romano, ex ministro dell’Agricoltura del governo Berlusconi e coordinatore di Noi Moderati, Vito Raso, autista e uomo di fiducia dell’ex governatore, Roberto Colletta, ex manager di una delle più grandi aziende ospedaliere siciliane, e Carmelo Pace, capogruppo della Democrazia Cristiana all’Assemblea Regionale Siciliana. I carabinieri del Ros sono andati a casa di Cuffaro e degli altri indagati per eseguire perquisizioni. Per tutti la Procura ha chiesto gli arresti domiciliari, misura cautelare su cui dovrà pronunciarsi il giudice per le indagini preliminari dopo l’interrogatorio preventivo, ora obbligatorio per legge. Per Romano, essendo deputato, sarà necessaria l’autorizzazione a procedere.



