Barbara Berlusconi, 41 anni e figlia primogenita di Silvio Berlusconi e Veronica Lario, ha deciso di parlare apertamente della sua salute mentale in un’intervista al Corriere della Sera. Un racconto che tocca temi ancora difficili da affrontare nel nostro Paese: i disturbi del neurosviluppo, la depressione e il peso delle aspettative familiari.
Dopo anni complicati segnati da una profonda depressione, Barbara ha intrapreso un lungo percorso di terapia. “Per molto tempo non riuscivo a capire cosa non andasse. Poi ho iniziato a osservare i miei comportamenti quotidiani e ho deciso di approfondire”, spiega.
La diagnosi ha finalmente dato un nome a quella fatica costante: ADHD, un disturbo del neurosviluppo che influenza attenzione, organizzazione e gestione del tempo. “Da adulta è stato duro accettarlo, ma anche incredibilmente liberatorio. Finalmente ho capito che non era una questione di volontà o di colpa. Semplicemente, la mia mente funziona in modo diverso”.
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La svolta è arrivata grazie ai suoi figli. Uno di loro mostra difficoltà simili alle sue, e questo ha spinto Barbara ad approfondire ulteriormente: “Mi sono detta che dovevo capire prima me stessa per poterlo aiutare davvero. E ho smesso di colpevolizzarmi, trovando strategie concrete. Oggi arrivo in ritardo di dieci minuti invece che di un’ora. Non vi sembra un piccolo successo?”.
Attualmente Barbara fa parte del Consiglio di amministrazione del Teatro alla Scala e sta lavorando alla creazione di una fondazione che porterà il suo nome nel 2025. Il progetto si concentrerà principalmente sull’educazione di bambini e adolescenti, con particolare attenzione all’uso degli strumenti digitali e ai loro effetti sullo sviluppo giovanile.
Un altro obiettivo centrale sarà il sostegno ai disturbi dell’apprendimento come DSA e ADHD. Una scelta che nasce direttamente dalla sua esperienza personale e dalla volontà di aiutare chi sta attraversando difficoltà simili.
Barbara ha parlato anche della scomparsa del padre Silvio, avvenuta nel 2023. “Anche se ci avevano avvisato che la sua salute era compromessa, per mesi ho faticato emotivamente ad accettarlo. Quando è successo, è stato un trauma. Ma anche una riscoperta”.
Tra i ricordi più toccanti degli ultimi giorni insieme c’è un progetto su cui hanno lavorato: “Un giorno mi ha detto: ‘Barbara, ho un’idea. Prendi carta e penna’. Voleva che sviluppassi un progetto di ristorazione basato sulla cucina sana. Abbiamo scritto tutto: dove dovevano essere i ristoranti, l’organizzazione, persino gli abiti del personale”.
Il dettaglio più intimo riguarda il menù: “Più che piatti salutari, mi ha elencato i suoi preferiti: mozzarella di bufala con pomodoro fresco, pasta al pomodoro, la mela”.
Sull’eventualità di entrare in politica, Barbara è stata categorica: “È una responsabilità enorme, non è una staffetta. Pensare di entrarci solo per il cognome non ha senso”. Una dichiarazione che suona come un’affermazione di indipendenza da parte di chi ha scelto di costruire la propria identità al di là del cognome ingombrante che porta.
Barbara ha deciso di concentrarsi su battaglie che sente più autentiche: l’educazione, la sensibilizzazione sui disturbi del neurosviluppo e il sostegno a chi vive situazioni simili alla sua. Un percorso personale che diventa anche sociale, per aiutare altri a dare un nome alle proprie difficoltà senza sentirsi in colpa.



