Da tre giorni l’Iran è attraversato da un’ondata di proteste contro la crisi economica che sta soffocando il Paese. Tutto è iniziato domenica nei mercati tradizionali e nelle piazze del centro di Teheran, ma martedì la mobilitazione ha fatto un salto di qualità: migliaia di studenti universitari hanno lasciato le aule per scendere in strada.
Le manifestazioni studentesche hanno coinvolto alcuni dei campus più prestigiosi della nazione. Nella capitale, i ragazzi hanno manifestato davanti all’Università Beheshti, alla Khajeh Nasir, alla Sharif, all’Amir Kabir e in altri atenei dedicati alla scienza e alla tecnologia. Anche nella città centrale di Isfahan, gli studenti dell’Università di Tecnologia si sono uniti al movimento.
Gli slogan gridati dai manifestanti hanno un peso politico importante e riflettono un’identità nazionale ferita. All’Università Sharif di Teheran è risuonato il coro “né Gaza né Libano, la mia vita per l’Iran”, una critica diretta verso la politica estera del governo che finanzia gruppi alleati all’estero mentre i cittadini iraniani fanno fatica ad arrivare a fine mese. A Isfahan, invece, gli studenti hanno scandito “l’iraniano muore, ma non accetta l’umiliazione”.
Le proteste si sono rapidamente diffuse oltre le prime città coinvolte, raggiungendo Karaj, Hamedan, Qeshm, Malard, Kermanshah, Shiraz e Yazd. I manifestanti denunciano la precarietà diffusa, il costo della vita sempre più alto e soprattutto il collasso economico provocato da un’inflazione fuori controllo e dalla caduta verticale del rial, la moneta nazionale.
Il rial iraniano ha subito un crollo drammatico: domenica ha perso moltissimo valore rispetto al dollaro, e negli ultimi sette anni ha bruciato oltre il 90% del suo potere d’acquisto. Oggi con 10 euro si ottengono quasi 500mila rial, tanto che i cittadini fanno fatica persino a fare la spesa quotidiana per via delle enormi quantità di banconote necessarie per ogni pagamento.
I numeri ufficiali sono allarmanti. Secondo il Centro Statistico Iraniano, l’inflazione annua delle famiglie ha raggiunto il 42,2% tra novembre e dicembre, mentre l’inflazione generale ha superato il 52%. Come se non bastasse, l’economia iraniana si è contratta tra lo 0,6 e lo 0,8% nella prima metà dell’anno persiano (da marzo ad agosto), secondo i dati della Banca Centrale.
La crisi economica iraniana ha radici lontane, legate ad anni di cattiva amministrazione e inazione da parte dei governi, ma è stata aggravata pesantemente dalle sanzioni occidentali imposte nel 2018. Queste misure punitive sono arrivate dopo che gli Stati Uniti si sono ritirati dall’accordo sul nucleare, contribuendo a trasformare l’inflazione in un problema strutturale e permanente.
Di fronte alle piazze che si riempiono, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha cercato di mostrare apertura. In un messaggio sui social ha chiesto di “dare ascolto alle legittime rivendicazioni di chi manifesta”, dichiarando che il benessere della popolazione è la sua preoccupazione quotidiana. Ha annunciato misure fondamentali per riformare il sistema monetario e bancario e proteggere il potere d’acquisto dei cittadini.
Lunedì sera Pezeshkian ha accettato le dimissioni del governatore della Banca Centrale iraniana, Mohammadreza Farzin, sostituendolo con l’ex ministro dell’Economia Abdolnasser Hemmati. Un cambio al vertice pensato per dare una risposta rapida alle richieste di cambiamento che arrivano dalla strada.
Domenica il presidente aveva presentato in Parlamento il bilancio per il prossimo anno persiano, che inizierà il 21 marzo, ma la proposta è stata accolta con critiche taglienti dai deputati. L’aumento salariale previsto del 20% viene considerato del tutto insufficiente di fronte a un’inflazione che supera il 50%. Lo stesso Pezeshkian ha ammesso che l’incremento “non è proporzionale all’inflazione”, sottolineando però le difficoltà nel trovare i fondi necessari: “Qualcuno mi dica dove dovrei trovare i soldi”.
Per compensare almeno in parte il divario tra l’aumento degli stipendi e l’inflazione reale, il governo ha promesso agevolazioni fiscali e l’ampliamento dei programmi di sostegno alle famiglie, come i buoni spesa. Tuttavia, molti parlamentari dubitano che l’esecutivo sia in grado di stabilizzare davvero l’economia. Le critiche si concentrano sulla politica valutaria e sull’assenza di un piano chiaro per fermare l’inflazione, con il rischio concreto che i prezzi continuino a salire nei prossimi mesi.
