Per Alberto Trentini, la fine di un incubo lungo 423 giorni è stata festeggiata con una sigaretta tanto agognata. Dopo oltre un anno di detenzione nel carcere di Rodeo I, il cooperante di Humanity & Inclusion ha finalmente varcato la soglia della libertà. Insieme al connazionale Mario Burlò, è stato scortato senza preavviso fino alla residenza dell’ambasciatore italiano a Caracas, segnando la conclusione di una delle vicende diplomatiche più complesse degli ultimi anni.
Il rilascio è avvenuto nella tarda serata di ieri, quando un’auto governativa ha lasciato i due uomini davanti alla rappresentanza italiana. Un dettaglio ha fatto capire immediatamente che il vento era cambiato: per la prima volta dall’arresto, i due prigionieri non sono stati incappucciati durante il trasporto. Appena entrati in territorio diplomatico, lo stress accumulato si è sciolto in poche, rassicuranti parole:
“Ci hanno trattato bene, non ci hanno torturato È stato tutto così improvviso. Inaspettato. Non sapevamo nulla della cattura di Maduro. Sono felice, ringrazio l’Italia. Ora posso fumare una sigaretta?“.

Il momento più toccante della notte è stato il ritorno alla comunicazione. Alberto ha potuto finalmente impugnare un telefono per chiamare la madre, Armanda, e la sua fidanzata. Dall’Italia, tra lacrime di gioia e incredulità, la famiglia ha potuto riabbracciare virtualmente quel figlio che temevano di non vedere per molto tempo.
Il rientro in Italia è stato organizzato nei minimi dettagli dalla Farnesina e dai servizi di intelligence, che per mesi hanno lavorato sotto traccia con il governo venezuelano. Per affrontare il delicato passaggio dalla cella alla vita civile, sul volo di Stato che li sta riportando in patria è presente una psicologa specializzata. La sua figura è fondamentale per aiutare Alberto e Mario a metabolizzare il trauma di oltre un anno di isolamento e a prepararsi all’impatto con l’opinione pubblica e l’affetto dei propri cari.



