A poco più di quattro mesi e mezzo dalla scomparsa di Giorgio Armani, avvenuta il 4 settembre scorso, Leo Dell’Orco decide di superare la sua storica riservatezza e raccontarsi. Il compagno di vita e lavoro dello stilista, oggi responsabile delle collezioni uomo di Giorgio Armani ed Emporio, ha rilasciato un’intervista al Corriere della Sera alla vigilia della prima sfilata senza di lui, prevista per lunedì.
“Il primo periodo è stato strano. Mi mancava la persona. Poi mi sono abituato”, confessa Dell’Orco, 72 anni. La casa che condividevano è rimasta immutata: “Al secondo piano ho lasciato lì tutto com’era e sto dalla mia parte. Dalla sua non entro. Non ho toccato nulla. Da quel giorno. Non mi va”. Al terzo piano, quello in comune, vivono ancora i gatti, i pappagalli e il merlo di Giorgio. Una convivenza con i ricordi che Dell’Orco affronta con una particolarità: “La cosa bella è che io non sogno. Tutti dicono che succede, a me non succede”.
I due mesi della malattia finale sono stati il periodo più difficile. “Andavo a dormire la sera non sapendo se lo avrei trovato il mattino dopo”, racconta Dell’Orco. Armani aveva capito subito che non ce l’avrebbe fatta: “Mi diceva: non ho più voglia, non ho più voglia. E io gli rispondevo: no, Giorgio, no. Devi essere forte. È stata dura”.
Nonostante il tempo trascorso, Dell’Orco e Silvana Armani, nipote dello stilista responsabile delle collezioni donna, stanno dimostrando la loro forza: “Dobbiamo affrontare la situazione. Essere decisi. Siamo forti noi, Silvana ed io”. Una preparazione al vuoto che forse Armani stesso aveva voluto: “Raccontava di non aver paura della morte ma che non avrebbe voluto che i suoi cari fossero turbati dal dolore”, riflette Dell’Orco.
Il rapporto professionale tra i due era caratterizzato da una sincerità rara nel mondo della moda. “Sono sempre stato sincero. Se non mi fosse piaciuto qualcosa lo avrei detto”, spiega Dell’Orco. “Succedeva che nessuno avesse il coraggio di contraddirlo. Ma io non ci riuscivo. Non mi piace, gli dicevo”. Armani stesso apprezzava questa franchezza e spesso lo chiamava apposta per sentire il suo parere. “La cosa buona era che, per fortuna, finita la litigata andavo a mangiare e voltavo pagina e tornavo, con il sorriso, sincero”.
Dell’Orco cercava di convincere lo stilista a dedicare più tempo a sé stesso, a trovare hobby e distrazioni dal lavoro. “Io, per esempio, mi chiudo quando posso nella mia stanza blindata con i miei orologi. Vado lì, tranquillo, me li guardo, li pulisco. Mi distraggo e mi rilasso”. Ma per Armani il lavoro era tutto: “Non staccava mai. A lui però piaceva quello. Ed era contento. Giusto così. Solo negli ultimi periodi ha cominciato ad occuparsi del dopo e della nostra serenità. Voleva programmare tutto”.

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E ha programmato davvero ogni cosa. “Noi siamo stati sorpresi da come abbia pensato a ogni cosa. Anche su argomenti inaspettati e su cui devo ancora riflettere, sapendo di avere un ruolo decisionale importante”, rivela Dell’Orco. La successione è stata definita con chiarezza: Silvana per le collezioni donna e Leo per quelle uomo. “Lui lo ha deciso. Non senza chiederlo, sempre: anche se sei a posto, ce la fai Leo? Ti diverti? Certo, tranquillamente, gli rispondevo”.
Ora Dell’Orco lavora con il suo team di quattro responsabili, tra cui spicca Gianluca Dell’Orco, suo nipote. “Gianluca ce l’ho nel cuore. Lo seguo sin da bambino, lo portavo con me a vedere le partite e a 16 anni venne a Milano, alla sua prima sfilata e non ci ha più lasciati. Ora ne ha 54 anni: ha imparato tanto da Giorgio, ma per me è anche casa e una spalla importante”.
La sfida più grande è affrontare la responsabilità senza la scusa di poter dire “C’è Giorgio”. “Capisco che è dura, però me la gioco, sapendo di aver avuto grande allenatore e maestro”, dichiara Dell’Orco. Lunedì presenterà la sua prima collezione uomo senza Armani: “Ci sono cose bellissime ma sono tante e non dobbiamo esagerare con una sfilata lunga e dispersiva. Giorgio arrivava e diceva ‘Questo sì, questo no'”.
La loro storia era iniziata per caso ai giardini di piazzale Libia a Milano. Dell’Orco aveva 22 anni ed era appena tornato da una vacanza a Lampedusa con un amico. “Incontriamo questo cane che se ne andava in giro da solo. Cerchiamo il padrone, era Giorgio”. Non sapeva chi fosse, glielo aveva dovuto spiegare l’amico. “Erano i primi di settembre e così ci chiese se ci andava di sfilare per lui dandoci appuntamento il sabato alle 10 in corso Venezia”.
Dopo quell’esperienza, Dell’Orco era tornato alla sua vita, lavorava alla Snam. Poi aveva deciso di fare il salto in concomitanza con la malattia di Sergio Galeotti, al quale fu molto vicino fino all’ultimo giorno. “È stata una bella storia. Bella tosta e tosta. È stato difficile poi per le invidie che giravano attorno”, sintetizza Dell’Orco.
Nel cuore di Leo Dell’Orco c’è sempre Milano: “Ne amo l’eleganza e discrezione. Da qui poi vai ovunque e noi lo facevamo spesso. Adoravamo andare alla Scala, Prenti, al Forum e lo shopping in corso Como e da Antonia”. Una città che ha fatto da sfondo a una storia d’amore e professionale durata decenni, ora affidata alla memoria e alla continuità che Dell’Orco e Silvana Armani sapranno garantire.



