La diretta di Ore 14 su Rai 2 si è trasformata in un momento di gelo collettivo quando, durante la puntata del 23 gennaio, si è affrontato il tragico caso di Federica Torzullo, la donna uccisa dal marito ad Anguillara Sabazia. Mentre il conduttore Milo Infante cercava di fare luce sulla dinamica dell’omicidio — interrogandosi sulla natura del coltello “bilama” usato dal reo confesso, l’atmosfera è precipitata a causa di un intervento a dir poco infelice del sostituto procuratore Antonio Tanga.
Incalzato sull’utilità di un’arma simile in casa, il magistrato ha risposto con una frase che ha lasciato lo studio senza parole: “Lo uso per uccidere mia moglie”. Il tentativo di quello che lui stesso ha definito “goliardia nera” è naufragato istantaneamente contro la realtà di un Paese che conta, ogni giorno, vittime di violenza domestica.
Il conduttore non ha lasciato passare il commento, intervenendo con estrema decisione per censurare un’uscita giudicata “di pessimo gusto”. Infante ha sottolineato come la battuta fosse del tutto fuori contesto, specialmente perché pronunciata mentre si discuteva del dolore reale di una famiglia distrutta. Nonostante il tentativo di giustificazione da parte di Tanga, il richiamo al rispetto e alla serietà è stato netto, ricordando che il ruolo istituzionale di un magistrato richiede una sensibilità ancora più alta quando si trattano temi così drammatici.
Questo episodio riaccende il dibattito sulla responsabilità del linguaggio nei media. Parlare di femminicidio non è mai un esercizio di stile o un momento per lo spettacolo, ma un dovere di cronaca che impone la massima delicatezza. Mentre le indagini su Federica proseguono per ritrovare l’arma del delitto, resta l’amaro in bocca per una comunicazione che, per un attimo, ha dimenticato il valore sacro della dignità umana.



