La formula ufficiale parla di “gravi violazioni disciplinari”, un’espressione che in Cina maschera generalmente accuse di corruzione finanziaria o politica. Ma secondo un’inchiesta del Wall Street Journal, dietro la caduta di Zhang ci sarebbe qualcosa di molto più grave: avrebbe trasmesso agli Stati Uniti informazioni riservate sul programma nucleare cinese e avrebbe intascato somme enormi in cambio di promozioni ai vertici dell’esercito.
Le rivelazioni emergono da un briefing riservato tenuto sabato mattina con i massimi ufficiali militari, poche ore prima dell’annuncio ufficiale. Durante l’incontro, secondo fonti citate dal quotidiano americano, sono state presentate accuse gravissime: la fuga di dati tecnici fondamentali sulle armi nucleari verso Washington e la gestione di un sistema di tangenti miliardario legato agli appalti per gli armamenti.

Zhang era considerato l’alleato militare più stretto del presidente Xi Jinping. I due condividevano un legame che risaliva alla guerra civile, quando i rispettivi padri combatterono fianco a fianco. Veterano della guerra contro il Vietnam del 1979, Zhang apparteneva ai cosiddetti “figli dei rivoluzionari”, una generazione tradizionalmente protetta. Aveva mantenuto il suo incarico oltre i limiti di età e faceva parte del Politburo, il massimo organo decisionale del Partito.
Il giornale dell’Esercito popolare di liberazione ha pubblicato un commento durissimo, cosa estremamente insolita per il regime. Zhang e Liu vengono accusati di aver minato l’autorità del presidente, aggravato la corruzione e danneggiato la preparazione militare. Il linguaggio utilizzato ricorda i toni della Rivoluzione culturale degli anni Sessanta e Settanta: i due generali avrebbero “profondamente tradito la fiducia” e “calpestato il sistema di responsabilità suprema” che risiede nel presidente della Commissione militare.
Parte delle prove contro Zhang proverrebbe da Gu Jun, ex amministratore delegato della China National Nuclear Corporation, la società statale che supervisiona l’intero programma nucleare civile e militare. Proprio l’inchiesta su Gu avrebbe portato alla luce il collegamento tra Zhang e una grave falla nella sicurezza del settore nucleare.
Con queste rimozioni, la Commissione militare centrale risulta praticamente azzerata. Dei membri nominati nel 2022 dopo il XX Congresso del Partito, resta attivo solo Zhang Shengmin, responsabile della disciplina interna e fedelissimo di Xi. È una situazione senza precedenti da decenni.
Dal 2012, anno in cui Xi ha preso il potere, la riforma delle forze armate è stata una priorità assoluta. La campagna anticorruzione ha coinvolto oltre 200.000 ufficiali di ogni grado. Nel 2023 sono stati rimossi i vertici della Forza missilistica, che gestisce l’arsenale nucleare. Lo scorso ottobre altri otto generali sono stati espulsi, tra cui He Weidong, l’altro vicepresidente della Commissione.
Alcuni osservatori hanno richiamato alla memoria la vicenda di Lin Biao, il compagno d’armi di Mao che nel 1971 tentò un colpo di Stato e morì in un tentativo di fuga. La durezza del linguaggio e la portata delle accuse rivelano la fragilità politica del presidente. L’allontanamento di Zhang dimostra che nessuna posizione è al sicuro e che Xi non tollera centri di potere autonomi, nemmeno tra i suoi più stretti alleati.
Secondo l’analista Christopher K. Johnson del New York Times, la rimozione di Zhang rappresenta “l’annientamento dello stato maggiore”. Qualunque sia la verità dietro le accuse, Xi si trova oggi sempre più solo al comando delle forze armate cinesi. E questa solitudine, che nel breve periodo rafforza il controllo, potrebbe rivelarsi un problema per la stabilità del paese nel lungo termine.



