La storia di Niscemi è il simbolo della fragilità geologica della Sicilia, dove il cambiamento climatico sta mettendo sotto pressione un territorio già vulnerabile. Il paese sorge su argille che assorbono l’acqua come spugne, aumentando la pressione interna fino a ridurre del 70% la capacità del terreno di restare compatto. Frane simili erano già avvenute nel 1790 e nel 1997, ma gli interventi di messa in sicurezza sono rimasti sulla carta per decenni.
Il capo della Protezione Civile Fabio Ciciliano ha lasciato tutti senza parole: “Trecentocinquanta milioni di metri cubi di terra”. Una massa superiore a quella coinvolta nella tragedia del Vajont del 1963, quando 263 milioni di metri cubi scivolarono nella valle provocando quasi duemila morti. Una frase definita “shock”, ma che descrive la realtà di ciò che sta accadendo.
Nicola Casagli, geologo dell’Università di Firenze ed esperto della Protezione Civile, ha fornito previsioni allarmanti. La pendenza del costone è ora del 75%, ma la frana è ancora in movimento. Nel migliore dei casi, il terreno si stabilizzerà quando la pendenza raggiungerà il 60%: questo significa che andranno persi altri trenta metri di città, con inevitabili nuovi crolli di edifici. Nello scenario peggiore, con una pendenza al 45%, Niscemi potrebbe perdere fino a 50 metri.

Tradotto in termini umani: almeno 400 persone non rivedranno mai più la propria casa. L’esperto stima che entro 50 metri dall’attuale bordo della frana nessuno potrà tornare ad abitare, mentre nella fascia tra 50 e 100 metri sarà possibile vivere solo a determinate condizioni di sicurezza.
Il terreno sotto Niscemi continua a muoversi, dunque, metro dopo metro, verso la piana di Gela. Non solo la frana, ma l’intera collina sta scivolando verso valle. Gli abitanti della cittadina siciliana vivono nell’incertezza, mentre gli esperti dell’Università di Firenze e dell’Agenzia Spaziale Italiana utilizzano radar satellitari per monitorare ogni minimo spostamento del suolo.
Questo è chiò che ha lasciato la frana che dal 25 gennaio che sta letteralmente divorando questo centro siciliano in provincia di Caltanissetta, spingendo oltre 1.300 persone lontano dalle proprie case. I residenti del quartiere Sante Croci, il più colpito, non possono più raggiungere le proprie case se non attraverso percorsi alternativi tortuosi. Qui, dove un tempo si ergeva una chiesa abbattuta dopo i danni della frana del 1997, oggi resta solo una croce a ricordare che il pericolo era noto da quasi trent’anni.
Il sindaco Massimiliano Conti ha promesso che il belvedere, la terrazza panoramica orgoglio della città per la vista verso Gela, verrà recuperato. Ma si tratta di una vittoria minima: la frana ha fatto una piccola curva proprio in quel punto, quasi a voler risparmiare la piazzola, mentre tutto il resto della passeggiata che scendeva a valle è precipitato nel burrone.



