Può una bottiglia di detersivo da meno di tre euro distruggere trent’anni di onorata carriera? Sembra la trama di un film drammatico, ma è la realtà vissuta da una dipendente storica del supermercato PAM di Grosseto. La donna, una cinquantenne stimata e senza mai una macchia sul curriculum, si è ritrovata licenziata in tronco per un episodio nato da un banale incidente domestico avvenuto nel piazzale del punto vendita.
Tutto inizia dopo il turno di lavoro, quando la donna acquista regolarmente la sua spesa. Uscendo dal negozio, un sacchetto si rompe e un flacone di detersivo cade, spandendosi a terra. Preoccupata che qualcuno possa scivolare, la cassiera rientra subito per avvisare il responsabile. Convinta di aver ricevuto il via libera, preleva dallo scaffale una confezione sostitutiva per rimpiazzare quella appena pagata e distrutta. Per l’azienda, però, quel gesto non è stato un cambio logico, ma un furto, portando alla massima sanzione disciplinare: il licenziamento per giusta causa.

I sindacati, increduli di fronte a una decisione definita sproporzionata e umiliante, hanno subito impugnato il provvedimento. Il segretario della Filcams Cgil ha sottolineato come la ricerca del profitto sembri aver perso ogni contatto con l’umanità, trasformando un pretesto da 2,9 euro in una condanna professionale definitiva. La vicenda ha sollevato un polverone mediatico, mettendo in discussione il concetto di “giusta causa” quando l’entità del danno economico per l’azienda è pressoché inesistente.
Non è la prima volta che le politiche di controllo della catena PAM finiscono sotto i riflettori. Questo caso richiama alla memoria i controversi “test del carrello” (o del finto cliente), una pratica aziendale dove dei controllori esterni simulano acquisti nascondendo merce per verificare l’attenzione del personale. In passato, altri dipendenti della stessa catena di supermercati erano stati licenziati, sempre in Toscana, per aver fallito una di queste prove psicologiche e tecniche, ottenendo il reintegro. Uno di questi dipendenti, Fabio Giomi, però, aveva scelto l’indennità sostitutiva per non tornare in un ambiente ritenuto ostile. Ora spetta al Giudice del Lavoro di Grosseto stabilire se il destino di una lavoratrice possa davvero essere segnato da una macchia di detersivo.
