Si è spento all’età di 84 anni uno degli uomini più influenti nella storia americana del Novecento: il reverendo Jesse Jackson, ministro battista, due volte candidato alla Casa Bianca e voce instancabile degli ultimi. La famiglia ne ha annunciato la morte in queste ore, comunicando che Jackson ha lasciato questo mondo in modo sereno, circondato dai suoi cari.
Non è stata resa nota la causa ufficiale del decesso. Quello che è certo è che Jackson conviveva da oltre un decennio con la paralisi sopranucleare progressiva, una rara malattia neurodegenerativa che compromette progressivamente il controllo dei movimenti, la deglutizione e il linguaggio. Nel 2017 aveva inoltre rivelato pubblicamente di aver ricevuto anche la diagnosi di morbo di Parkinson, dopo almeno due anni di cure presso la Northwestern Medicine di Chicago. A novembre era stato nuovamente ricoverato in ospedale. In una nota la famiglia Jackson ha detto:
Nostro padre è stato un leader al servizio degli altri, non solo per la nostra famiglia, ma per gli oppressi, per chi non ha voce e per chi è stato trascurato in tutto il mondo. Lo abbiamo condiviso con il mondo e, in cambio, il mondo è diventato parte della nostra famiglia allargata.
Jesse Louis Jackson nacque l’8 ottobre 1941 a Greenville, nella Carolina del Sud, in piena epoca della segregazione razziale. Fin da giovane dimostrò doti fuori dal comune: fu eletto presidente di classe alla Sterling High School, una scuola riservata agli studenti neri, e si distinse sia nello sport che nello studio. Nel 1959 ottenne una borsa di studio per il football all’Università dell’Illinois; persino i Chicago White Sox gli avanzarono un’offerta per entrare nella loro squadra di baseball. Jackson declinò, scegliendo gli studi al posto dei riflettori sportivi.
La svolta decisiva avvenne durante una vacanza universitaria, quando tentò semplicemente di prendere in prestito un libro dalla biblioteca pubblica di Greenville, quella “riservata ai bianchi”. L’accesso gli fu negato. Pochi mesi dopo, il 16 luglio 1960, rientrò in quella stessa biblioteca insieme ad altri sette studenti per una protesta pacifica: il gruppo, passato alla storia come i Greenville Eight, si mise a leggere tranquillamente tra gli scaffali finché non fu arrestato per condotta disordinata. La cauzione fu di soli 30 dollari. Un giudice stabilì in seguito che tutti i cittadini avevano diritto di accedere a un’istituzione finanziata con denaro pubblico, e nel settembre del 1960 il sistema bibliotecario di Greenville fu integrato.
Jackson non tornò all’Università dell’Illinois. Si trasferì al North Carolina Agricultural and Technical College di Greensboro, una storica università nera, dove giocò da quarterback, fu eletto presidente degli studenti e si laureò in sociologia. Erano anche gli anni delle manifestazioni: Jackson partecipò ai sit-in nei ristoranti della città, una delle forme di protesta non violenta più efficaci dell’epoca contro la segregazione.
Il suo incontro con Martin Luther King Jr. avvenne quasi per caso, in un aeroporto di Atlanta nei primi anni Sessanta. King lo aveva già notato da lontano per il suo impegno nel movimento studentesco. Nel 1964 Jackson si iscrisse al Chicago Theological Seminary, ma fu la Bloody Sunday di Selma, in Alabama, le immagini dei manifestanti pacifici picchiati dalla polizia sul ponte Edmund Pettus, a spingerlo ad abbandonare momentaneamente i libri per unirsi alla marcia di King. La sua energia fu tale che King stesso lo volle al suo fianco nella Southern Christian Leadership Conference (SCLC), affidandogli la guida dell’Operation Breadbasket, un programma che usava il peso delle chiese nere per fare pressione sulle imprese affinché assumessero più lavoratori afroamericani. Nel 1967 ne divenne direttore nazionale, e un anno dopo fu ordinato ministro.
Jackson era presente al Lorraine Motel di Memphis, nel Tennessee, la sera in cui King fu assassinato, il 4 aprile 1968. Quella perdita non lo fermò. Nel 1971, dopo aver lasciato la SCLC in seguito a una controversia interna, fondò a Chicago People United to Save Humanity (PUSH), organizzazione dedicata al miglioramento delle condizioni economiche e sociali delle comunità nere. Successivamente, nel 1996, PUSH si fuse con la National Rainbow Coalition per dare vita all’attuale Rainbow/PUSH Coalition.
Nel 1984 Jackson scese in campo per le primarie democratiche dando vita alla National Rainbow Coalition, una piattaforma che si opponeva alle politiche di Ronald Reagan e chiedeva più giustizia sociale, diritti di voto e azioni positive. Ottenne oltre il 18% dei consensi nelle primarie, vincendo una serie di stati. Quattro anni dopo, nel 1988, superò se stesso: 11 primarie e caucus conquistati, una campagna costruita sull’idea di una “coalizione arcobaleno” che univa poveri, emarginati e minoranze di ogni provenienza. La sua oratoria appassionata e il suo messaggio lo resero, in quegli anni, la figura nera più autorevole nel panorama politico americano, in attesa che qualcun altro aprisse definitivamente quella porta.
Quel qualcun altro fu Barack Obama. Nel 2008, quando Chicago festeggiò la prima vittoria di un presidente afroamericano, Jackson era lì, con le lacrime agli occhi. “È stato un grande momento nella storia”, dichiarò al Guardian nel 2020. E Obama stesso rese omaggio al reverendo, riconoscendo in lui uno di coloro che avevano reso possibile quella vittoria.
Jackson non si è mai fermato. Durante la pandemia di Covid-19 denunciò con forza le disparità che colpivano sproporzionatamente la comunità afroamericana, chiedendo conto a istituzioni e governanti. Al reverendo Al Sharpton, che oggi lo ricorda come «una delle più grandi voci morali della nazione», si unisce un intero paese nel lutto per la sua scomparsa.
Sul fronte personale, Jackson aveva sposato Jacqueline Brown nel 1962, con cui ha avuto cinque figli: Santita, Jesse Jr., Jonathan Luther, Yusef DuBois e Jacqueline Jr. Ebbe poi una sesta figlia, Ashley, nata nei primi anni 2000 da una relazione extraconiugale con Karin Stanford.
Le commemorazioni pubbliche si terranno a Chicago. Le celebrazioni della vita saranno organizzate dalla Rainbow PUSH Coalition, che ne annuncerà i dettagli nelle prossime ore. Jackson lascia la moglie Jacqueline e i suoi sei figli.
