Il governo iraniano ha formalizzato una decisione di portata storica: le forze navali e aeree degli Stati Uniti e dei Paesi membri dell’Unione europea sono state ufficialmente classificate come organizzazioni terroristiche. Non si tratta di una dichiarazione improvvisata. Dietro c’è una legge approvata nel 2019, voluta proprio per rispondere alla designazione americana delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, il corpo d’élite dell’esercito iraniano, come gruppo terroristico. Quel testo prevedeva misure speculari contro chiunque avesse allineato la propria posizione a quella di Washington.

Il 29 gennaio 2026, il Consiglio Affari Esteri dell’UE ha fatto esattamente questo, raggiungendo un accordo politico per inserire le Guardie Rivoluzionarie nell’elenco dei soggetti terroristici. Il ministero degli Esteri iraniano ha replicato con fermezza, definendo la scelta europea “illegale e in contrasto con i principi fondamentali delle Nazioni Unite.” Il passo successivo è arrivato puntuale: già il 1° febbraio il Parlamento di Teheran aveva incluso gli “eserciti europei” nella propria lista nera. La decisione più recente ne amplia la portata, estendendola formalmente anche agli apparati militari statunitensi.
I canali diplomatici non sono del tutto spenti. Il direttore generale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, Rafael Grossi, ha avuto un colloquio telefonico con il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi per fare il punto sui contatti indiretti tra Teheran e Washington. Secondo indiscrezioni raccolte da fonti britanniche di rilievo, l’Iran starebbe elaborando una proposta concreta: ridurre il livello di arricchimento dell’uranio dall’attuale 60% al 20% o meno, mantenendo però il materiale sul suolo nazionale sotto il controllo dell’AIEA. L’obiettivo è rassicurare la comunità internazionale sull’assenza di finalità militari, senza però rinunciare all’autonomia del programma nucleare.
Dal lato americano, l’amministrazione Trump sembrerebbe disposta a valutare un’intesa che limiti sensibilmente le capacità più avanzate di Teheran, pur lasciando in piedi alcune attività considerate simbolicamente irrinunciabili per il regime.
Sul piano operativo, la tensione è tutt’altro che teorica. Secondo quanto riportato dal New York Times, gli Stati Uniti hanno rafforzato significativamente la propria presenza militare in Medio Oriente: decine di velivoli sono stati dislocati in Giordania, mentre si registrano movimenti nelle basi del Golfo Persico. Israele segue l’evolversi della situazione con attenzione, pronto a coordinarsi con Washington in caso di escalation.
All’interno del Paese, il clima non è meno teso. Nuove manifestazioni hanno interessato gli atenei di Teheran e Mashhad, mentre i familiari delle vittime delle proteste precedenti hanno commemorato il quarantesimo giorno dalla scomparsa dei propri cari, una ricorrenza dal profondo significato nella tradizione sciita iranica. Le autorità hanno risposto con arresti e restrizioni, confermando la difficoltà di un regime alle prese con pressioni sia esterne che interne.



