La storia di Domenico ha scosso l’Italia intera. Tutto è cominciato il 23 dicembre 2025, la vigilia della vigilia di Natale: per il bambino originario di Nola, affetto da una grave cardiomiopatia dilatativa, era finalmente arrivata la notizia tanto attesa, un cuore compatibile era disponibile. L’organo era stato prelevato da un donatore di quattro anni all’ospedale di Bolzano. Ma qualcosa, lungo il percorso verso Napoli, è andato irrimediabilmente storto. Il cuore è arrivato al Monaldi compromesso, descritto da uno dei testimoni presenti in sala operatoria come “un blocco di ghiaccio”.
Da quel momento sono seguiti 59 giorni di agonia, tentativi disperati di trovare un secondo organo compatibile e la definitiva rinuncia a un nuovo trapianto, dichiarata incompatibile con le condizioni di salute del piccolo da una consulenza del Bambin Gesù di Roma e da un panel internazionale di esperti. Domenico si è spento il 21 febbraio, lasciando una famiglia distrutta e un’inchiesta giudiziaria destinata a fare storia.
L’incidente probatorio è uno strumento giuridico che consente di raccogliere e “cristallizzare” le prove prima che un eventuale processo inizi, garantendo piena validità alle risultanze anche in sede di dibattimento. In questo caso specifico, il passaggio più atteso è l’autopsia sul corpo del bambino, atto che potrà finalmente chiarire le cause precise del decesso e consentire alla famiglia di procedere con i funerali. La richiesta è stata inoltrata dal pm Giuseppe Tittaferrante, sotto il coordinamento del procuratore aggiunto Antonio Ricci e del procuratore Nicola Gratteri.

Spetterà al gip nominare i consulenti tecnici d’ufficio chiamati a rispondere ai quesiti formulati dalla Procura. Ciascuno dei sette indagati potrà nominare i propri consulenti di parte, rendendo gli accertamenti un confronto tecnico in pieno contraddittorio, con un peso probatorio ben superiore rispetto a quello di una perizia disposta dalla sola accusa.
Nel registro degli indagati figurano sei componenti dell’équipe che ha operato il 23 dicembre, tra cui il cardiochirurgo Guido Oppido, responsabile della Cardiochirurgia pediatrica del Monaldi, le dottoresse Francesca Blasi, Mariangela Addonizio, Emma Bergonzoni, Gabriella Farina — indicata come responsabile dell’espianto — e Vincenzo Pagano. A questi si è aggiunta in un secondo momento una dirigente medico dell’ospedale napoletano. Il reato contestato è omicidio colposo in concorso. L’avvocato della famiglia, Francesco Petruzzi, ha però già chiesto alla Procura di valutare un’ipotesi più grave: omicidio volontario con dolo eventuale.
Mentre proseguono le indagini, la Regione Campania ha già trasmesso al ministero della Salute una relazione di 295 pagine, contenente la documentazione fornita dai vertici dell’Azienda ospedaliera. In quella relazione emergono tre fattori ritenuti determinanti nella catena degli errori.
Il primo riguarda il ghiaccio. Al momento della partenza da Bolzano, il contenitore di trasporto sarebbe stato predisposto con una quantità di ghiaccio insufficiente. Per rimediare, è stato richiesto e ottenuto ulteriore ghiaccio direttamente presso la sede dell’espianto — ma, secondo gli accertamenti, si trattava di ghiaccio secco, capace di raggiungere temperature fino a -80 gradi centigradi. Un organo da trapiantare deve invece essere conservato in ipotermia tra 0 e 4 gradi: il contatto con il ghiaccio secco ha quindi causato il congelamento e il danneggiamento irreversibile del tessuto cardiaco.
Il secondo fattore riguarda il contenitore. L’équipe di espianto, al momento della chiusura del box di trasporto, non avrebbe effettuato un controllo finale sulle condizioni di conservazione dell’organo. Nessuna verifica ulteriore sullo stato interno prima della partenza. A ciò si aggiunge che il contenitore impiegato era di tipo tradizionale, privo dei sensori di nuova generazione in grado di rilevare anomalie di temperatura durante il trasferimento.
Il terzo fattore individuato dalla relazione è comunicativo. In sala operatoria al Monaldi si sarebbe registrato un significativo deficit di comunicazione tra i membri dell’équipe, in particolare nelle fasi più delicate: l’espianto del cuore malato di Domenico e l’impianto del cuore del donatore. Secondo alcune testimonianze raccolte dagli inquirenti, il cardiochirurgo responsabile dell’impianto avrebbe ripetuto più volte di ritenere che quell’organo non sarebbe ripartito. Ciononostante l’intervento è stato portato avanti.
Gli esperti nominati dal gip dovranno verificare se il 23 dicembre sono state rispettate le linee guida nelle fasi di prelievo, trasporto e conservazione del cuore.
Dovranno inoltre accertare le condizioni dell’organo impiantato, la correttezza delle scelte chirurgiche, il rispetto dei tempi operatori e la prevedibilità del decesso.
Infine, i periti dovranno stabilire se sarebbero state possibili scelte diverse che avrebbero potuto scongiurare la morte del bambino.
Un elemento che potrebbe rivelarsi cruciale nell’inchiesta è la presunta incompletezza della cartella clinica consegnata dall’ospedale. L’avvocato Petruzzi ha denunciato la mancanza del diario di perfusione, ovvero il tracciato della circolazione extracorporea che indicherebbe il momento esatto in cui è stato rimosso il cuore malato di Domenico prima dell’impianto di quello danneggiato. Stando ad alcune testimonianze, l’espianto del cuore originale sarebbe avvenuto alle 14.18, mentre il via libera all’operazione sarebbe giunto solo alle 14.22. La Procura ha tuttavia acquisito la documentazione mancante e disponibile. L’ospedale Monaldi, dal canto suo, ha respinto l’ipotesi di una cartella clinica incompleta.
Nel frattempo, gli ingegneri Michele Colimoro e Salvatore Carusio hanno ricevuto l’incarico di procedere agli accertamenti tecnici sui telefoni cellulari sequestrati ai medici indagati, alla ricerca di messaggi, comunicazioni o informazioni utili a ricostruire quanto accaduto prima, durante e dopo l’intervento del 23 dicembre.



