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Home » Attualità » L’IDF entra in Libano, ma Israele chiarisce: “Non è un’operazione di terra”

L’IDF entra in Libano, ma Israele chiarisce: “Non è un’operazione di terra”

Poche ore fa, soldati israeliani hanno varcato il confine meridionale del Libano via terra. Ecco cosa può cambiare ora.
RedazioneDi Redazione3 Marzo 2026
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soldati israeliani
soldati israeliani (Unsplash)

Nella mattina del 3 marzo 2026, soldati israeliani hanno varcato il confine meridionale del Libano via terra. Vuol dire che i soldati sono entrati fisicamente nel territorio del Libano meridionale, superando i cinque punti già sotto controllo israeliano. Il tenente colonnello Nadav Shoshani, portavoce internazionale dell’IDF, però, ha dichiarato ai giornalisti della stampa estera che i soldati sono stati dispiegati in “diversi punti” nel Libano meridionale — in aggiunta a quelli già presidiati dall’esercito israeliano sin dal cessate il fuoco di novembre 2024 — ma ha tenuto a sottolineare con forza: “Non è un’operazione terrestre. È una misura tattica destinata ad assicurare la sicurezza del nostro popolo“, con l’obiettivo specifico di impedire ad Hezbollah di attaccare i civili israeliani.

Perché questa distinzione è importante? In diritto internazionale e nella prassi diplomatica, un’operazione terrestre su larga scala comporta obblighi e conseguenze molto più pesanti: dall’applicazione delle Convenzioni di Ginevra sull’occupazione militare, alla possibilità che altri Paesi invochino meccanismi di difesa collettiva. Definire l’ingresso come “misura tattica” è, dal punto di vista di Israele, un modo per tenere aperto lo spazio diplomatico, limitare il rischio di un’escalation formale e lasciare la porta aperta a un ritiro rapido.

 Il fronte libanese era dormiente dal 27 novembre 2024, quando un accordo mediato da Washington e Parigi aveva messo fine a mesi di scontri, imponendo a Hezbollah di ritirare i propri combattenti a nord del fiume Litani, a circa 30 chilometri dal confine israeliano. Quell’accordo si è infranto nella notte tra domenica e lunedì, quando Hezbollah ha lanciato una raffica di razzi e droni verso Haifa e il nord di Israele: una rappresaglia dichiarata per la morte dell’ayatollah Ali Khamenei, guida suprema dell’Iran, ucciso nell’offensiva congiunta americana e israeliana avviata sabato 28 febbraio.
Dei combattenti di Hezbollah nel sud del Libano, a maggio del 2023
Dei combattenti di Hezbollah nel sud del Libano, a maggio del 2023 (fonte: Tasnim News Agency, CC BY 4.0 / Wikimedia Commons)

Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha chiarito il mandato operativo con parole nette: lo scopo è impedire il “fuoco diretto” sulle comunità israeliane di confine. Netanyahu ha autorizzato l’avanzata per “mantenere territorio dominante in Libano” da cui difendere i civili israeliani. In pratica, Israele intende creare una fascia-cuscinetto, occupando posizioni elevate nel sud del Libano per sopprimere le basi di lancio di Hezbollah prima che i razzi vengano sparati.

La situazione evolve ora per ora. Quello che è già certo è che il Medio Oriente ha smesso di essere un “conflitto a bassa intensità”: con soldati israeliani in Libano, basi americane nel Golfo sotto attacco e le capitali regionali in allerta, il rischio di un’escalation incontrollabile è, per la prima volta in anni, concretamente sul tavolo.

 

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