Daniela Santanchè ha rassegnato le dimissioni da ministra del Turismo poco fa. La decisione arriva dopo ore di resistenza e un pressing durissimo da parte della premier Giorgia Meloni, che il giorno prima aveva chiesto esplicitamente il suo passo indietro in una nota di Palazzo Chigi. La ministra, che a processo a Milano per presunto falso in bilancio sulla sua ex società Visibilia e indagata per bancarotta e truffa all’Inps, aveva resistito per tutta la mattinata, presentandosi al ministero senza rilasciare dichiarazioni. Poi, nel pomeriggio, la resa e la pubblicazione di una nota carica di amarezza dove spiega di essere immacolata e di essere abituata a pagare i conti degli altri.
Il 24 marzo, dopo le dimissioni del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e della capo di gabinetto del ministero Giusi Bartolozzi, Meloni aveva diffuso un comunicato in cui “auspicava” che anche Santanchè compisse “analoga scelta” in nome di una “sensibilità istituzionale”. Un linguaggio formale che nascondeva, di fatto, un ultimatum. La ministra, nelle prime ore del 25 marzo, aveva fatto trapelare l’intenzione di non cedere: “Non ci penso nemmeno, sono pronta al prossimo Consiglio dei ministri”, si leggeva sui retroscena dei giornali. Ma il pressing della premier, con in campo anche il presidente del Senato Ignazio La Russa come mediatore, si è rivelato insostenibile. Nel pomeriggio, la svolta.
Le dimissioni di un ministro seguono un percorso preciso. Prima di tutto, occorre la lettera formale di rinuncia all’incarico, nel caso di Gennaro Sangiuliano, ex ministro della Cultura, era stata recapitata direttamente alla premier. Poi, Meloni deve accettarle ufficialmente. A quel punto si apre il passaggio più delicato: la premier si reca dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che firma il decreto con cui vengono accolte le dimissioni. È importante ricordare che, per Costituzione, il presidente del Consiglio non può revocare un ministro: può solo “auspicare” che lasci. Se il ministro non obbedisce, l’unica strada alternativa è la sfiducia parlamentare.
Nel settembre 2024, dopo le dimissioni di Sangiuliano, Meloni scelse di nominare subito un nuovo ministro, Alessandro Giuli, con lo stesso decreto che accettava il passo indietro dell’uscente. L’iter fu rapido: Quirinale, firma, annuncio in giornata.

I tre scenari possibili per il Turismo
Nomina di un nuovo ministro. Lo scenario più probabile, visto il precedente di Sangiuliano. Meloni potrebbe scegliere una figura di spicco del settore o un esponente politico del Sud, area premiata dai consensi alle ultime elezioni.
Gestione ad interim. La guida del ministero potrebbe essere affidata temporaneamente a un altro ministro già in carica, o alla stessa presidente del Consiglio, in attesa di individuare il nome giusto. Questa soluzione offre flessibilità, ma rischia di prolungare l’incertezza sulla governance del settore turistico.
Rimpasto più ampio. Le dimissioni di Santanchè potrebbero diventare l’occasione per ridistribuire più incarichi ministeriali, in un rimpasto che Meloni valuta da tempo per “rafforzare l’azione di governo”, come ha dichiarato nelle ultime settimane.
Le dimissioni non chiudono il capitolo giudiziario. Secondo quanto riferito dall’ANSA, la Procura di Milano prevede di concludere entro la pausa estiva e comunque non oltre agosto 2026, l’indagine per bancarotta fraudolenta su tre società del gruppo Bioera-Ki Group, di cui Santanchè era figura di riferimento. Entro fine aprile è atteso anche il deposito della relazione del curatore fallimentare di Ki Group Holding, la terza società coinvolta nel dissesto. Il processo per falso in bilancio su Visibilia è già in corso.
Le opposizioni avevano depositato nella mattinata del 25 marzo una mozione di sfiducia individuale, con discussione fissata in Aula alla Camera per lunedì 30 marzo e voto atteso per mercoledì 1° aprile. Con le dimissioni, la mozione perde il suo oggetto politico immediato e con ogni probabilità non verrà messa ai voti. Vale però ricordare che nella storia repubblicana un ministro è stato sfiduciato solo una volta: Filippo Mancuso, guardasigilli nel governo Dini, nel 1995, nel pieno di Mani Pulite.



