Non è andata come sperava, ma qualcosa si è mosso lo stesso. Un giudice federale si è espresso sulla pesante disputa legale tra le star del cinema Blake Lively e il regista e attore Justin Baldoni, disponendo l’archiviazione di dieci dei tredici capi d’accusa iniziali. Sebbene le contestazioni più gravi relative alle molestie sessuali dirette e alla diffamazione siano state respinte per ragioni procedurali, il giudice ha stabilito che il procedimento dovrà proseguire per tre accuse specifiche di ritorsione sul lavoro. Il processo, che vedrà la società di produzione Wayfarer Studios sul banco degli imputati, è stato ufficialmente calendarizzato per il prossimo 18 maggio davanti a una giuria popolare di New York.
Blake Lively Rallies Support From WME After Justin Baldoni Suit Ravaged by Judge; Settlement Conferences Set for Monday https://t.co/4jUDFhSeMj
— Variety (@Variety) April 4, 2026
Arriva dunque a un punto di svolta, seppur parziale, la vicenda che negli scorsi mesi aveva fatto discutere Hollywood dopo l’uscita del film Siamo noi a dire basta, diretto da Baldoni e interpretato da Lively. L’impianto accusatorio originale, presentato da Blake Lively nel dicembre 2024, descriveva un ambiente lavorativo tossico segnato da comportamenti inappropriati e da una successiva campagna mediatica volta a danneggiare la sua immagine professionale.
Tuttavia, la recente sentenza ha operato una distinzione netta tra l’attività creativa sul set e l’illecito legale. Il giudice ha infatti argomentato che molti dei contatti fisici contestati dall’attrice sono avvenuti durante le riprese di scene previste dalla sceneggiatura, sottolineando che gli artisti devono godere di un margine di manovra sperimentale senza il timore costante di ritorsioni legali per atti diretti ai personaggi e non alle persone.
Nonostante questa parziale vittoria per Baldoni, la corte non ha scagionato completamente l’apparato produttivo. Le tre accuse rimaste in piedi riguardano la presunta strategia adottata dalla Wayfarer Studios per distruggere la carriera di Lively dopo che quest’ultima aveva manifestato l’intenzione di denunciare episodi di discriminazione. Secondo i documenti processuali, esistono prove che potrebbero indurre una giuria a ritenere che la società abbia orchestrato attacchi digitali coordinati per mettere a tacere l’attrice.
Inoltre, alcuni episodi specifici verranno comunque analizzati in sede processuale come prove a supporto della tesi della ritorsione, tra cui commenti definiti inappropriati sul vestiario dell’attrice e la controversa richiesta di girare una scena di parto senza le dovute tutele di riservatezza sul set.
Tanto è bastato per spingere Lively a dire di essere soddisfatta di poter discutere il suo caso in tribunale. In una serie di Storie su Instagram l’attrice ha detto:
“L’ultima cosa che desideravo nella mia vita era una causa legale, ma ho intentato questa causa a causa delle continue ritorsioni che ho subito e continuo a subire per aver chiesto, sia in privato che in ambito professionale, un ambiente di lavoro sicuro per me e per gli altri. Spero che la decisione del tribunale dimostri ad altri che, per quanto inimmaginabilmente doloroso sia, si può far sentire la propria voce“.
La difesa di Justin Baldoni ha espresso soddisfazione per il ridimensionamento del caso, evidenziando come la caduta delle accuse di molestie personali restituisca dignità alla figura del regista. Gli avvocati hanno rimarcato che il processo si concentrerà ora su una questione puramente giuslavoristica e aziendale, pronti a dimostrare l’infondatezza delle restanti pretese.



